Chi apre un cantiere, allarga uno stabilimento o costruisce una strada su un terreno ancora verde sente presto parlare di gerarchia di mitigazione. È la sequenza con cui si trattano i danni alla biodiversità: prima si evitano, poi si riducono quelli che restano, poi si ripristina dove si è scavato e solo alla fine si compensa altrove. Sulla carta l'ordine è chiaro. Due studi sulle valutazioni d'impatto ambientale, uno nella zona di Montpellier e uno nelle Fiandre, hanno contato le misure proposte dai progetti e hanno trovato che molte misure presentate come evitamento sono in realtà riduzioni del danno, e che l'evitamento vero è raro.

Evitare, ridurre, ripristinare, compensare: cosa vuol dire ogni passo

La formulazione più citata è quella di un articolo uscito su BioScience nel 2018, firmato da William Arlidge e da colleghi dell'Università di Oxford e di altri istituti. Gli autori descrivono così i quattro passi:

  • evitare: prevenire il danno prima di progettare, per esempio valutando i rischi in anticipo e scegliendo un sito diverso;
  • ridurre: limitare il danno prima e durante i lavori, per esempio con metodi di costruzione meno invasivi;
  • ripristinare: recuperare la biodiversità persa dentro l'area del progetto;
  • compensare: bilanciare altrove i danni residui che i primi tre passi non hanno coperto.

Per gli stessi autori il primo passo è, si può sostenere, il più importante, perché richiede di prevedere e prevenire il danno prima che i lavori comincino. La compensazione è l'ultima risorsa. Le definizioni dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), usate nello studio fiammingo, aggiungono una distinzione utile: le compensazioni in senso stretto (offset) sono solo quelle che garantiscono, con un calcolo quantitativo, che alla fine non ci sia perdita netta di biodiversità. Piantare qualche albero da un'altra parte è una compensazione, ma non per forza un offset.

Gerarchia di mitigazione nelle valutazioni d'impatto: i numeri

Il primo studio, di Coralie Bigard e colleghi del Centro di ecologia funzionale ed evolutiva di Montpellier (CNRS), è uscito nel 2018 su Développement durable et territoires. Gli autori hanno letto la parte sugli ambienti naturali di 42 studi d'impatto presentati fra il 2006 e il 2016 nell'area metropolitana di Montpellier e nei comuni confinanti, e hanno riclassificato ogni misura secondo le definizioni della dottrina nazionale francese sulla sequenza "éviter, réduire, compenser", pubblicata dal ministero dell'Ambiente nel maggio 2012.

Il secondo, di Dries Ghijselinck, Erik Matthysen e Olivier Honnay, è uscito nel 2026 su Environmental Impact Assessment Review. Hanno scelto 20 valutazioni d'impatto di grandi progetti nelle Fiandre (impianti industriali, linee elettriche, un gasdotto, reti di trasporto, poli logistici e commerciali), fra il 2017 e il 2024, partendo da 125 esaminate e tenendo i progetti su terreni non ancora costruiti o in aree esposte a perdita di habitat. Ogni misura è stata confrontata con le definizioni dell'IUCN.

Cosa hanno contatoMontpellier, 2006-2016Fiandre, 2017-2024
Valutazioni d'impatto analizzate4220
Misure proposte in totale358243
Misure senza un passo della gerarchia indicato35% (su 358)più della metà (130 su 243)
Misure presentate come evitamento5047
Di queste, riclassificate come riduzione42 su 5027 su 47

A Montpellier, dopo la riclassificazione, il 90% delle misure risultava di riduzione, il 6% di compensazione, mentre evitamento, accompagnamento e monitoraggio valevano circa l'1% ciascuno: delle 50 misure presentate come evitamento, solo 5 eliminavano davvero un impatto. Nel complesso il 60% delle misure aveva un'etichetta che non corrispondeva alle definizioni nazionali. Lo studio divide poi il campione in due metà, 21 studi presentati prima della dottrina del 2012 e 21 dopo. Anche dopo, 15 studi proponevano misure di evitamento e solo 5 ne contenevano davvero; gli altri partivano direttamente dalla riduzione, e in 13 casi su 21 la riduzione non era seguita da nessuna compensazione. Nelle Fiandre solo il 32% delle misure proposte corrispondeva alle definizioni dell'IUCN.

Perché l'evitamento sparisce

In entrambi i casi l'evitamento si perde in un problema di parole. Nei documenti francesi venivano chiamati evitamento lo spostamento del calendario dei lavori fuori dai periodi sensibili per le specie, la piantagione di essenze locali nel verde di progetto, il mantenimento di una siepe dentro l'area del cantiere, la lotta alle specie invasive. Per gli autori sono riduzioni: attenuano il danno, non lo tolgono. Nelle Fiandre gli esempi riclassificati sono simili: lavori fuori dalla stagione di nidificazione, luci orientate, recinzioni permeabili alla fauna, sfalci dei margini erbosi.

Lo studio fiammingo aggiunge due osservazioni. In più di metà delle valutazioni, 11 su 20, alcuni impatti erano dichiarati senza nessuna misura, con l'idea che la natura si sarebbe ripresa da sola. E nessuna valutazione diceva in modo chiaro se la compensazione fosse stata presa in considerazione solo dopo aver esaurito le altre possibilità. Le 28 misure riclassificate come compensazione erano per lo più interventi su aree naturali già esistenti altrove; quelle riconosciute correttamente riguardavano in genere l'obbligo fiammingo di compensazione forestale, e nessuna, per gli autori, è un offset vero, perché le metriche usate sono troppo ristrette per garantire che non ci sia perdita netta.

Il risultato complessivo, per le Fiandre, è un indice medio di 0,46 su una scala da 0 a 1, con valori da 0,29 a 0,55, calcolato confrontando ogni valutazione con 44 buone pratiche. Nel criterio sul rispetto della gerarchia la media scende a 0,33, e due buone pratiche hanno preso 0 in tutte le valutazioni: definire e distinguere con chiarezza i passi della gerarchia, e spiegare perché, dove non si è evitato il danno, evitarlo non era possibile.

Cosa chiede l'ESRS E4 sulla gerarchia di mitigazione

Per un'azienda che rendiconta, la gerarchia non resta nei documenti di cantiere. L'ESRS E4 è lo standard europeo di rendicontazione sulla biodiversità (gli ESRS, European Sustainability Reporting Standards, attuano la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità, CSRD). Nella versione rivista con il regolamento delegato (UE) 2026/1563 chiede al punto 15 di descrivere le compensazioni della biodiversità usate nelle proprie azioni: obiettivo, effetti finanziari, area, tipo, criteri di qualità e norme seguite. Al punto 17 chiede, a chi usa le compensazioni per fissare i propri obiettivi, di spiegare come le ha usate, e nei requisiti applicativi (RA 7, lettera d) ricorda che gli obiettivi sulla biodiversità sono in genere attuati secondo la gerarchia di mitigazione: prevenzione, minimizzazione, ripristino e compensazione. Il quadro completo degli obblighi è nel nostro articolo su cosa deve rendicontare un'azienda con l'ESRS E4.

Gli studi di Montpellier e delle Fiandre suggeriscono che il punto debole sta nell'etichetta. Se una misura chiamata evitamento è in realtà una riduzione, il report racconta una sequenza che sul campo non c'è. Per questo conviene classificare le misure con definizioni scritte e dichiarate, come hanno fatto i ricercatori, e misurare prima dei lavori quello che si sta cercando di evitare: la baseline di biodiversità del sito è il riferimento contro cui ogni passo si giudica.

Quello che manca quasi sempre: il controllo dopo i lavori

Le quattro buone pratiche dello studio fiammingo sul controllo dopo i lavori hanno ottenuto punteggi fra 0 e 0,10. Ecco le medie sulle 20 valutazioni, sempre su una scala da 0 a 1.

Buona praticaPunteggio medio
Programma di monitoraggio della biodiversità dopo i lavori previsto0,10
Monitoraggio affidato a un soggetto indipendente0,02
Indicatori quantitativi per il monitoraggio e la valutazione0
Controlli periodici di conformità e resoconti del monitoraggio0,02
Per confronto: sopralluoghi ed esperti per descrivere la situazione iniziale1,00

Le valutazioni descrivevano bene il sito prima dei lavori e quasi mai dicevano come si sarebbe verificato l'effetto delle misure. Senza indicatori quantitativi non si può sapere se una riduzione ha funzionato o se un'area di compensazione ha raggiunto lo stato promesso. È lo stesso problema che affrontiamo negli articoli su come scrivere obiettivi di biodiversità misurabili e su come verificare se un intervento funziona.

Come lo misuriamo noi

Nei siti delle aziende partiamo da un sopralluogo dei nostri biologi, che individuano le aree di maggior valore ecologico e definiscono un piano di monitoraggio su misura. Le stazioni registrano i canti degli uccelli 24 ore su 24 e riconoscono le specie con BirdNET, del Cornell Lab of Ornithology; il satellite segue habitat e vigore della vegetazione. Ogni rilevazione porta data, luogo e provenienza, e l'indice di biodiversità, una volta validato, viene bloccato: il valore di partenza resta quello, e l'effetto di una riduzione o di un ripristino si confronta con un dato misurato, l'indicatore quantitativo che mancava nelle valutazioni fiamminghe. Quando la compensazione passa per gli alberi, nei boschi che seguiamo per il carbonio facciamo un censimento totale, con un identificativo fisico su ogni albero, invece di contare le piantine messe a dimora. Il percorso è descritto nella pagina sul monitoraggio della biodiversità per le aziende.

Cosa gli studi non dicono

Entrambi gli studi analizzano documenti, non risultati sul campo: dicono come le misure sono state classificate e descritte, non se abbiano funzionato. Il lavoro di Montpellier riguarda la sola parte sugli ambienti naturali degli studi d'impatto e un periodo che finisce nel 2016. Quello fiammingo considera solo gli impatti diretti; tutte le valutazioni sono state lette dallo stesso ricercatore, per coerenza, e le fasce dei punteggi, come scrivono gli autori, non derivano da uno standard esterno. I numeri fiamminghi che riportiamo vengono dalla versione depositata dagli autori nell'archivio dell'Università di Lovanio, l'unica ad accesso libero. L'articolo di Arlidge e colleghi è concettuale e non contiene dati di progetto.

Fonti