Se un'azienda inglese vuole costruire un magazzino su un prato, prima di ottenere il permesso deve fare un conto: quante unità di biodiversità ci sono oggi sul terreno e quante ce ne saranno a lavori finiti. Il biodiversity net gain (guadagno netto di biodiversità, BNG) obbliga a chiudere quel conto con almeno il 10% in più, calcolato con una metrica ufficiale del governo inglese che moltiplica la superficie di ogni habitat per dei punteggi di qualità. Uno studio sui primi progetti presentati ha però trovato un effetto che chi scrive un piano di biodiversità in Italia farebbe bene a conoscere: le unità possono crescere mentre la superficie verde diminuisce.

Come funziona la metrica del biodiversity net gain

L'obbligo vale in Inghilterra per le domande di permesso di costruire presentate dal 12 febbraio 2024 e, per i piccoli interventi, dal 2 aprile 2024. Dal 2 novembre 2026 si applica anche alle grandi infrastrutture nazionali, con regole proprie, mentre dal 6 agosto 2026 ne sono esclusi i cantieri di 0,2 ettari o meno, misurati dentro il perimetro del progetto, salvo che danneggino habitat prioritari.

La guida della metrica, aggiornata a giugno 2026, parte dalla superficie di ogni area di habitat, in ettari, e la pesa con tre componenti di qualità.

ComponenteCategorie e punteggiDa cosa dipende
Distintività: quanto l'habitat è raro e caratteristicomolto alta 8; alta 6; media 4; bassa 2; molto bassa 0dal tipo di habitat, riconosciuto con un rilievo professionale; il punteggio lo assegna lo strumento di calcolo
Condizione: lo stato dell'habitat rispetto ad altri dello stesso tipobuona 3; abbastanza buona 2,5; moderata 2; abbastanza scarsa 1,5; scarsa 1dalla valutazione sul campo, con criteri pubblicati per ogni habitat
Significatività strategica: l'importanza locale della posizionealta 1,15; media 1,10; bassa 1dalle strategie locali per il recupero della natura (Local Nature Recovery Strategy) o, dove non sono ancora pubblicate, da altri documenti locali; dove la strategia è pubblicata si usano solo alta e bassa, e la situazione di partenza vale sempre bassa

I punteggi moltiplicano l'area. Prendiamo un esempio di calcolo nostro, semplificato: un ettaro di habitat a distintività bassa (2), in condizione moderata (2) e senza rilevanza strategica (1) vale 4 unità; se lo stesso ettaro viene classificato come habitat a distintività media (4), ne vale 8. Per i singoli alberi lo strumento ricava una superficie dal diametro a petto d'uomo.

Agli habitat da creare o migliorare la metrica applica tre moltiplicatori di rischio: la difficoltà di ottenere quell'habitat, il tempo che serve per arrivare alla condizione prevista e la distanza fra il sito danneggiato e la compensazione. Servono a pesare l'incertezza della promessa: chi crea l'habitat prima di distruggere quello esistente guadagna unità, e un ritardo fra la perdita e la compensazione va dichiarato nel calcolo.

L'ordine delle scelte è fissato. Chi costruisce deve prima evitare e ridurre il danno, poi creare habitat dentro il cantiere; se non basta, ottenere unità fuori, su terreni propri o comprandole da siti iscritti in un registro nazionale, e come ultima risorsa comprare crediti statali. Dal 6 agosto 2026 i piccoli interventi possono valutare insieme il dentro e il fuori cantiere. Secondo la guida del governo, gli habitat creati fuori dal cantiere e i guadagni significativi dentro vanno mantenuti per almeno 30 anni, con un accordo legale.

Più unità, meno verde: i primi progetti

Sophus zu Ermgassen, dell'Università del Kent, con coautori di amministrazioni locali e di società di consulenza ecologica, ha raccolto tutte le valutazioni presentate fra gennaio 2020 e febbraio 2021 in sei amministrazioni locali inglesi che avevano anticipato l'obbligo, e ha pubblicato l'analisi su Conservation Letters nel 2021. Il campione corrisponde a circa il 6% dell'edilizia residenziale e delle infrastrutture costruite ogni anno in Inghilterra. Usava la versione 2.0 della metrica, precedente a quella di legge ma con la stessa logica moltiplicativa e gli stessi punteggi 2 e 4 per le distintività bassa e media.

Cosa hanno misuratoValore
Progetti che citavano una valutazione90
Progetti con dati sufficienti (poi esclusi un caso anomalo e sei domande respinte)55
Superficie dei cantieri nel campione1.000,3 ettari
Habitat non urbani creati o migliorati come compensazione468 ettari
Variazione delle unità di biodiversità promesse+20,5%
Variazione della superficie di habitat non urbani-34%
Unità da realizzare su terreni del costruttore, dentro o accanto al cantiere95%
Unità dentro il perimetro del cantiere91%
Unità acquistate fuori, da fondi comunali o dal mercato4,5%
Quota di unità acquistate fuori nella stima centrale del governo25%

Nei piani le unità aumentano del 20,5%, mentre la superficie di habitat non urbani cala del 34%, in buona parte perché si costruisce su terreni agricoli. In cambio i costruttori si impegnano a realizzare, anni dopo, aree più piccole di habitat più pregiati o in condizione migliore. Gli autori ammettono che l'effetto reale di questo scambio sulla biodiversità non si conosce e che andrebbe verificato con rilievi sul campo.

Il secondo risultato riguarda chi deve mantenere le promesse. Quasi tutte le unità stanno su terreni gestiti dal costruttore, per esempio prati ricreativi e alberi e arbusti lungo siepi e margini del sito. Nei progetti residenziali il 49% delle unità veniva da prati e arbusteti dentro il cantiere. Per queste aree lo studio non trovava, nel 2021, controlli adeguati: le amministrazioni intervengono di solito su violazioni segnalate, e secondo la metrica gli habitat più lenti raggiungono la condizione prevista 32 anni dopo l'intervento. L'obbligo di gestione trentennale arrivato poi con la legge copre gli habitat fuori dal cantiere e i guadagni dentro considerati significativi.

Il punto debole: chi decide che prato è

La metrica è molto sensibile a due giudizi dell'ecologo: il tipo di habitat, da cui dipende la distintività, e la sua condizione. Nel campione c'erano 342 ettari di prato modificato (modified grassland), distintività bassa, punteggio 2. Se fossero stati classificati come altro prato neutro (other neutral grassland), distintività media, punteggio 4, a parità del resto avrebbero richiesto una compensazione su una superficie doppia.

Per capire quanto questi giudizi siano condivisi, gli autori hanno dato a sette esperti di praterie le informazioni di rilievo di 13 appezzamenti di prato, presi da cinque valutazioni, senza il tipo e la condizione assegnati dai consulenti. Gli esperti erano d'accordo con la valutazione originale su tipo e condizione insieme nel 31% dei casi, sul solo tipo nel 42% e sulla sola condizione nel 64%. Per nessun prato erano tutti d'accordo sul tipo. Gli autori avvertono che un campione così piccolo non permette conclusioni statistiche, ma indica che i confini fra le categorie si prestano a interpretazioni.

Quante compensazioni raggiungono l'obiettivo

Il net gain appartiene alla stessa famiglia delle politiche di nessuna perdita netta (no net loss), che applicano la gerarchia di mitigazione: evitare, ridurre, ripristinare e compensare quello che resta. Nel 2019 zu Ermgassen e altri cinque autori hanno passato in rassegna, sempre su Conservation Letters, la letteratura scientifica sui risultati di queste politiche: oltre 15.000 articoli in inglese con revisione fra pari, da cui sono emersi 32 rapporti con risultati ecologici osservati, per oltre 300.000 ettari di compensazioni.

Circa un terzo delle politiche e delle singole compensazioni riportava di aver raggiunto l'obiettivo di nessuna perdita netta, soprattutto nelle zone umide, ma la maggior parte degli studi misurava solo le superfici, un criterio molto criticato. Il motivo di successo citato più spesso era un moltiplicatore alto, cioè molta superficie compensata per ogni ettaro danneggiato. Due terzi delle compensazioni nel mondo sono in ecosistemi forestali, eppure nessuno dei quattro studi sulle foreste mostrava l'obiettivo raggiunto. Per le compensazioni che proteggono un habitat esistente altrove, invece di crearne uno nuovo, gli autori non hanno trovato alcuna prova di successo.

Cosa insegna il biodiversity net gain alle aziende italiane

In Italia la metrica inglese non si applica, ma il tema arriva per due strade. Lo standard europeo di rendicontazione sulla biodiversità, l'ESRS E4, nel testo modificato dal Regolamento delegato (UE) 2026/1563, chiede all'impresa di descrivere le compensazioni della biodiversità che usa: obiettivo, effetti finanziari, area, tipo, criteri di qualità e norme seguite (punto 15). La bozza della prassi di riferimento UNI/PdR 179, messa in consultazione nel 2025, cita il Biodiversity Net Gain del Regno Unito fra i programmi a cui ispirarsi per fissare i target di un piano di miglioramento della biodiversità. Su cosa chiede in generale lo standard europeo c'è la nostra guida all'ESRS E4.

Dagli studi inglesi ricaviamo alcune indicazioni che secondo noi valgono anche senza un obbligo. Un aumento di unità o di punteggio, scritto da solo, non dice cosa è successo sul terreno: nel campione inglese il +20,5% di unità conviveva con il -34% di habitat non urbani. In un piano o in un report conviene quindi riportare sempre anche la superficie, che per le compensazioni l'ESRS E4 chiede già. Poi c'è la baseline del sito: se tipo e condizione di un habitat sono giudizi su cui gli esperti concordano solo in parte, il rilievo iniziale va documentato in modo che un altro ecologo possa ripeterlo, con i criteri usati, le specie trovate e le fotografie.

Resta la questione del tempo. Un guadagno atteso fra dieci o trent'anni resta una previsione finché qualcuno non torna a misurarlo con lo stesso metodo, meglio se confrontandolo con un'area di controllo, come spieghiamo nell'articolo su come verificare se un intervento per la biodiversità funziona. E le aree verdi promesse dentro il sito, fra capannoni e parcheggi, sono quelle con più probabilità di restare senza gestione: anche a loro servono un responsabile e un calendario di rilievi.

Come lo misuriamo noi

Nei siti delle aziende partiamo da un sopralluogo dei nostri biologi, che individuano le aree di maggior valore ecologico e definiscono un piano di monitoraggio su misura. Le stazioni registrano i canti degli uccelli 24 ore su 24 e riconoscono le specie con BirdNET, del Cornell Lab of Ornithology; il satellite segue copertura del suolo e vigore della vegetazione. Ogni rilevazione porta data, luogo e provenienza, e l'indice di biodiversità, una volta validato, viene bloccato: il valore di partenza resta quello e il guadagno promesso si confronta con un dato misurato, la verifica sul campo che gli autori dello studio inglese chiedono. Nei boschi che seguiamo per il carbonio facciamo un censimento totale, con un identificativo fisico su ogni albero, e il diametro a petto d'uomo misurato albero per albero è lo stesso dato da cui la metrica inglese ricava la superficie dei singoli alberi. Il percorso è descritto nella pagina sul monitoraggio della biodiversità per le aziende.

Cosa gli studi non dicono

Lo studio del 2021 analizza piani presentati, non risultati: le unità del campione sono promesse e lo studio non verifica se gli habitat siano stati creati e abbiano raggiunto la condizione prevista. Riguarda sei amministrazioni che avevano adottato regole simili in anticipo, un periodo di poco più di un anno e una versione della metrica precedente a quella di legge. Gli autori scrivono che la perdita di superficie potrebbe essere controbilanciata dal miglioramento della qualità degli habitat e che il peso dei due fattori va misurato sul campo. La rassegna del 2019 considera solo articoli in inglese e si basa per lo più su misure di superficie; di questo lavoro riportiamo i risultati del riassunto pubblicato.

Fonti