Un'azienda decide di occuparsi della biodiversità dei suoi siti e scopre che in Italia esiste un documento che dice come farlo: la UNI/PdR 179, una prassi di riferimento dell'ente italiano di normazione. A quel punto serve sapere come si scrive, in pratica, il piano di miglioramento della biodiversità che la prassi chiede. In breve: si parte da una valutazione iniziale del sito, si scrive un piano con obiettivi a cinque anni che non possono peggiorare il punto di partenza, si interviene prima dentro al sito, si monitorano soprattutto uccelli e artropodi e si rendiconta ogni anno. Qui sotto lo vediamo passo per passo, con il dato che la prassi rende obbligatorio e lo studio da cui quel dato viene.

Una premessa sulla fonte. Il testo definitivo si scarica gratis dallo store UNI; per questo articolo noi abbiamo letto la bozza messa in consultazione pubblica fino al 27 aprile 2025, che UNI pubblica liberamente. Tempi, soglie ed esempi qui sotto vengono dalla bozza: prima di usarli in un piano vero, controllali sul testo pubblicato.

Cos'è la UNI/PdR 179 e dove sta il piano

La prassi di riferimento si intitola "Requisiti per la valutazione e gestione dell'impronta di biodiversità e i progetti di generazione di Crediti di Biodiversità". UNI ne ha annunciato la pubblicazione il 23 settembre 2025, la data in cui è entrata in vigore. Vale per organizzazioni di ogni settore, pubbliche e private, su un singolo sito o sull'intero perimetro aziendale, e prevede anche la valutazione di conformità da parte di un ente terzo. Non è un obbligo di legge: è uno strumento che un'organizzazione sceglie di adottare.

Il documento ha due parti. Il punto 5 riguarda la valutazione e la gestione dell'impronta di biodiversità; il punto 6 i crediti di biodiversità. La bozza precisa che le due parti sono autonome e che si può applicare l'una senza l'altra. Il piano di miglioramento, nella PdR, si chiama Piano di Biodiversità e sta nel punto 5.

Fase (punto 5 della bozza)Cosa chiedeQuando
ValutazioneUso del suolo e indice MSA (obbligatori), altri fattori di pressione se il rischio è alto, vicinanza ad aree protette, specie a rischioAll'inizio: è la baseline
Piano di BiodiversitàObiettivi legati a indicatori, MSA obbligatorio, nessun peggioramento rispetto alla baseline; azioni in sito; disegno del monitoraggio; formazioneOgni cinque anni, obiettivi rivedibili ogni anno
Monitoraggio e rendicontazioneReport iniziale, report annuale, report conclusivoReport annuale entro 3 mesi dalla fine dell'anno
Valutazione di conformitàValidazione iniziale, poi verifiche su azioni svolte e risultati raggiuntiAnno 0, poi anni 1, 3 e 5

Prima del piano, la baseline: l'indice MSA

La baseline è il punto di partenza misurato, quello con cui si confronteranno i risultati. La valutazione iniziale considera i cinque fattori di pressione sulla biodiversità individuati dall'IPBES, il gruppo intergovernativo dell'ONU sulla biodiversità: cambiamenti d'uso del suolo, sfruttamento diretto degli organismi, cambiamento climatico, inquinamento, specie invasive. Solo il primo è obbligatorio per tutti i siti. Inquinamento, sfruttamento e specie invasive vanno valutati se l'attività del sito presenta per quel fattore un rischio alto; il clima è escluso, perché la bozza rimanda alle norme della serie ISO 14060. Si aggiungono la distanza dalle aree protette (parchi, riserve, siti Natura 2000) e le specie a rischio potenzialmente presenti, cercate in banche dati come GBIF o iNaturalist.

L'uso del suolo serve a calcolare l'MSA, Mean Species Abundance: l'abbondanza media delle specie di un luogo rispetto a una condizione non disturbata, su una scala da 0 a 1. A ogni classe di copertura del suolo si assegna un peso: la bozza cita una foresta intatta vicina a 1 e le aree urbane vicine a 0,1. L'MSA del sito è la media dei pesi, ponderata sulla superficie di ciascuna classe. La mappa di partenza deve avere una risoluzione di almeno 15 metri per 15 e almeno sei classi, per esempio da Corine Land Cover o ESA WorldCover. Per le pratiche che migliorano la biodiversità senza cambiare la classe, come il passaggio all'agricoltura biologica, la bozza aggiunge 0,2 al valore della classe.

Da dove vengono i pesi dell'MSA

L'MSA nasce dentro GLOBIO, un modello sviluppato dall'agenzia olandese di valutazione ambientale PBL con altri partner scientifici. La versione 4 è descritta in uno studio di Schipper e colleghi su Global Change Biology, nel 2020. Per l'uso del suolo, gli autori sono partiti dal database PREDICTS: confronti fra specie contate in vegetazione primaria e in altri usi del suolo, dai coltivi alle aree urbane. Per ogni specie hanno diviso l'abbondanza nel sito disturbato per quella nel sito di riferimento e poi ne hanno fatto la media. Ne sono usciti 55 valori di MSA da 32 studi per le piante e 85 da 48 studi per i vertebrati a sangue caldo, cioè uccelli e mammiferi: da questi hanno ricavato le relazioni fra uso del suolo e MSA, con intervalli di confidenza al 95%.

Per il 2015 il modello stima questi valori per l'Europa occidentale, una delle regioni in cui l'IPBES divide il mondo. L'intervallo non è un margine d'errore: dice quanto cambia l'MSA da una cella all'altra della mappa. Attenzione: questi valori tengono conto di tutte le pressioni del modello (uso del suolo, clima, azoto, frammentazione, strade, caccia), non solo dell'uso del suolo come l'MSA della PdR, quindi non vanno usati come termine di paragone per un sito.

Europa occidentale, 2015MSA medio, ponderato sulla superficie5° e 95° percentile fra le celle
Piante e vertebrati insieme0,560,21 - 0,92
Solo piante0,520,12 - 0,91
Solo vertebrati a sangue caldo0,600,26 - 0,93

Sempre secondo lo studio, a scala mondiale l'uso del suolo è la pressione che pesa di più: per le piante spiega una perdita media di MSA di 0,35, per i vertebrati di 0,23.

Ci sono però due cose da sapere, ed è qui che il piano si gioca. La prima: un MSA calcolato dall'uso del suolo cambia solo quando cambia la superficie delle classi, per esempio quando un piazzale diventa prato, oppure con la correzione di 0,2 per le pratiche rigenerative. Una cassetta nido, una siepe o uno sfalcio programmato non spostano la mappa. La seconda: nella versione 4 di GLOBIO le relazioni riguardano piante e vertebrati a sangue caldo, mentre la PdR chiede di monitorare anche gli artropodi. Per questo, secondo noi, l'MSA dice da dove parte il sito, mentre per sapere se gli interventi funzionano servono rilievi sul campo.

Come si scrivono obiettivi misurabili nel piano

Nella bozza gli obiettivi si legano agli indicatori emersi dalla valutazione: l'MSA è obbligatorio, gli altri li sceglie l'organizzazione. La regola fissa è una sola: il piano non può prevedere un peggioramento rispetto alla baseline. Gli esempi riportati sono un aumento del 15% della copertura vegetale con specie autoctone, un aumento del 10% dell'MSA in un anno, una riduzione del 10% delle specie invasive. Chi deve anche fissare obiettivi per i rendiconti di sostenibilità trova un metodo diverso negli obiettivi basati sulla scienza per la natura.

Scrivere un obiettivo misurabile sembra ovvio, ma i dati dicono il contrario. Zu Ermgassen e colleghi, nel 2022 sul Journal of Cleaner Production, hanno letto i rapporti di sostenibilità di 167 aziende di tutto il mondo, fra cui le cento della classifica Global Fortune del 2016. Fra queste cento, quelle che nominavano la biodiversità erano 50 nel 2016 e 70 nel 2021; quelle con un impegno formale, da 31 a 53. Gli impegni SMART, cioè con un elemento preciso della biodiversità, un valore da raggiungere e una scadenza, sono passati da 5 a 10 su cento. E 2 delle 5 aziende che li avevano nel 2016 nel 2021 non li riportavano più.

La lezione per un piano PdR 179 è concreta: ogni obiettivo deve dire quale indicatore, quanto ed entro quando, e deve poggiare su un dato che si può rimisurare. Un aumento dell'MSA richiede di cambiare l'uso di una parte del sito o di adottare pratiche rigenerative; per gli interventi più piccoli servono indicatori di campo, come il numero di specie di uccelli rilevate nella stagione riproduttiva.

Le azioni: prima nel sito, poi fuori

La bozza ordina gli interventi così: evitare danni alle specie vulnerabili, ridurre le minacce, rigenerare gli habitat degradati dentro al sito. Le azioni fuori sito sono ammesse solo se, dopo un periodo di attuazione e monitoraggio nel sito, risulta impossibile raggiungere gli obiettivi; entro 150 km e nella stessa ecoregione, ma possono solo integrare quelle in sito, non sostituirle. Nelle verifiche va dichiarata la percentuale di azioni fatte nel sito e fuori.

Fra gli esempi del prospetto 1 della bozza: prati stabili, boschi e aree umide al posto di aree antropizzate, sfalci programmati, rifugi come bat box e bird house, corridoi ecologici, controllo delle specie invasive. Il piano comprende anche la formazione dei dipendenti.

Il monitoraggio: uccelli, artropodi e sensori

Il disegno del monitoraggio fa parte del piano. La bozza raccomanda di concentrarsi su avifauna e artropodi, salvo habitat o specie particolari emersi dalla valutazione, e nell'appendice E elenca metodi di riferimento. Per gli uccelli: censimenti standardizzati, punti d'ascolto e transetti, bioacustica. Per gli artropodi: l'indice QBS-ar per il suolo, l'IBE per le acque, le trappole a caduta. Fra le tecnologie consigliate per un monitoraggio continuo e non invasivo cita i sensori bioacustici e le fototrappole. Ogni report annuale deve dire quali strumenti si sono usati, con quale frequenza e su quale periodo. Se vuoi capire cosa misurano le registrazioni, ne abbiamo parlato negli indici acustici di biodiversità.

Poi c'è la verifica. Nella bozza la conformità può essere dichiarata dall'organizzazione stessa, da un cliente o fornitore, oppure da un organismo di validazione e verifica accreditato secondo la ISO/IEC 17029. Nel percorso di terza parte, la validazione iniziale permette di comunicare un impegno, mentre le verifiche agli anni 1, 3 e 5 permettono di comunicare i risultati raggiunti.

Come lo facciamo noi

Con le aziende partiamo da un sopralluogo dei nostri biologi, che individuano le aree di maggior valore ecologico e definiscono un piano di monitoraggio. Poi installiamo nei siti stazioni con un microfono che registra i canti 24 ore su 24: le specie di uccelli si riconoscono con BirdNET, del Cornell Lab of Ornithology, e ogni rilevazione porta data, luogo e provenienza. Il livello satellitare aggiunge habitat e vigore della vegetazione. È il dato di campo sull'avifauna che la PdR raccomanda di raccogliere, e serve sia a fissare la baseline sia a mostrare l'effetto degli interventi nel tempo. Come funziona lo trovi nella pagina sul monitoraggio della biodiversità per le aziende.

Se l'azienda deve anche rendicontare con la CSRD, lo stesso dato serve per l'ESRS E4 sulla biodiversità. La bozza della PdR 179 cita l'ESRS e il GRI 101 come strumenti di rendicontazione, ma non contiene una corrispondenza punto per punto fra i suoi report e i requisiti dello standard europeo.

Cosa queste fonti non dicono

La bozza può essere diversa dal testo pubblicato: UNI stessa avverte che la versione definitiva potrebbe presentare differenze. Tempi delle verifiche, raggio di 150 km ed esempi di obiettivi vanno ricontrollati sul documento in vigore. I pesi dell'MSA vengono da relazioni costruite su dati raccolti in tutto il mondo, non su siti italiani, e i valori della tabella sono medie regionali uscite da un modello, non misure di un sito. Lo studio di zu Ermgassen ha letto i rapporti di sostenibilità e non i siti web delle aziende, e ha cercato i termini solo in inglese. Gli autori stessi presentano i risultati come una fotografia indicativa a scala globale: dice quanti impegni sono misurabili sulla carta, non quanti vengono rispettati.

Fonti