Se gestisci uno stabilimento, intorno ai capannoni hai probabilmente aiuole, scarpate, prati tagliati a raso e margini lungo la recinzione. Quando la direzione o un cliente chiede cosa fa lo stabilimento per la natura, la risposta breve è questa: si lavora sulle aree verdi che l'azienda controlla davvero, con piante locali che nutrono gli insetti, meno tagli e qualche zona lasciata stare, e si registra quello che si fa prima di contare quello che arriva. Un esperimento durato dodici anni in un parco di Marsiglia mostra quanto può cambiare un'area verde gestita così, e una rassegna del 2026 sugli impianti industriali spiega come portare lo stesso metodo dentro le procedure di uno stabilimento.
Quanto cambia un'area verde ripensata: dodici anni a Marsiglia
Il Parc Urbain des Papillons è un terreno di 1,45 ettari nel 14° arrondissement di Marsiglia, ex terreno agricolo abbandonato fra villette e palazzine. Dal 2010 lo gestisce un laboratorio dell'Università di Aix-Marseille, che nel 2012 ha trasformato metà del prato in un esperimento: aggiungere le piante giuste per le farfalle e cambiare la manutenzione, poi contare cosa succede. Il gruppo di Magali Deschamps-Cottin ha pubblicato i risultati su Insects nel 2023, confrontando tre situazioni: il parco prima dei lavori (2010-2012), il parco dopo (2018-2022) e un incolto mediterraneo seminaturale a 800 metri, abbandonato da più di settant'anni, usato come riferimento.
| Farfalle diurne, giugno-agosto | Parco prima (2010-2012) | Parco dopo (2018-2022) | Incolto seminaturale (2018-2022) |
|---|---|---|---|
| Uscite di conteggio da un'ora | 17 | 30 | 42 |
| Specie osservate in totale | 25 | 42 | 46 |
| Individui contati in totale | 434 | 1.043 | 1.708 |
| Specie per uscita, media ± deviazione standard | 6,82 ± 2,68 | 11,77 ± 3,68 | 12,78 ± 3,88 |
| Individui per uscita, media ± deviazione standard | 24,82 ± 15,79 | 34,80 ± 13,92 | 41,66 ± 14,37 |
| Indice di Shannon, media ± deviazione standard | 1,43 ± 0,51 | 2,08 ± 0,29 | 2,08 ± 0,42 |
Fonte: Deschamps-Cottin e altri, Insects, 2023, tabella 1 (dati dei tre mesi accorpati).
I totali dipendono anche dal numero di uscite, per questo il confronto giusto è per uscita. Le specie per uscita sono salite in modo statisticamente significativo e si sono avvicinate a quelle dell'incolto; per gli individui e per l'indice di Shannon, che combina il numero di specie e quanto gli individui sono ripartiti fra loro, la differenza fra prima e dopo non è risultata significativa. In tutto sono comparse 19 specie nuove e ne sono scomparse due. Fra le nuove c'è la specie che gli autori volevano attirare, la ninfa del corbezzolo (Charaxes jasius), che depone le uova solo sul corbezzolo: nei dintorni non ce n'erano, nel parco era stato piantato. Le prime larve sono state trovate nel 2020 e da allora la specie viene osservata ogni anno. Per un piano aziendale conta questo ritardo: fra la messa a dimora del corbezzolo e le prime larve sono passati anni.
Cosa è stato fatto, intervento per intervento
Gli interventi sono pochi e replicabili in qualunque area verde, anche quella di un sito produttivo:
- 15 aiuole, mai più larghe di un metro, piantate o seminate con 59 specie, scelte dopo un inventario della flora già presente;
- 16 piante nutrici per i bruchi, come corbezzolo, ginestrino e rosmarino, più piante da nettare per gli adulti, come centranto, scabiosa e verbena;
- un solo sfalcio dei prati all'anno, in inverno, fra novembre e dicembre, per tenerli aperti senza tagliare durante la stagione delle farfalle;
- rovi e zone incolte lasciati in piedi come rifugio per uova, bruchi e crisalidi;
- una pulizia parziale delle aiuole ad aprile e, d'estate, l'irrigazione di circa 200 metri quadrati di prato, due volte a settimana, per avere fiori anche nei mesi secchi.
Il parco ha tenuto anche la struttura che c'era: prati aridi, arbusteti, boschetti, siepi. Secondo gli autori anche questo mosaico di ambienti ha probabilmente contribuito a cambiare la comunità: avrebbe migliorato le risorse per specie piccole come Polyommatus icarus; il peso di specie comuni come Maniola jurtina, che prima dominava, e Pieris napi è calato forse perché si sono ridotti i prati più umidi e le radure. Nel parco però mancano ancora tre specie mediterranee che vivono nell'incolto, legate a praterie aride, arbusteti e pietraie: secondo gli autori probabilmente non trovano abbastanza di questi ambienti.
Il contesto conta: le api dei prati fioriti in tre città polacche
Uno studio su Ecology and Evolution del 2025, firmato da Agata Kostro-Ambroziak e colleghi, ha campionato le api in 55 prati fioriti urbani di Białystok, Bydgoszcz e Łódź, trovando 50 specie e 654 individui. Nel modello statistico, ogni 100 unità fiorali in più sul prato corrispondono a circa il 7 per cento di api in più. Il risultato che interessa a chi ha un capannone è un altro: le api erano più numerose dove intorno al prato c'erano più aree industriali e tessuto urbano denso, e gli autori consigliano di seminare nuovi prati anche vicino ad aree industriali. Gli autori concludono che il mosaico di ambienti intorno al prato conta almeno quanto le caratteristiche del prato stesso, e consigliano di seminare prati con molti fiori, che restino fioriti per tutta la stagione, vicino ad altre aree verdi.
Come aumentare la biodiversità in un sito industriale senza promettere troppo
Per portare interventi come questi dentro uno stabilimento serve un metodo, e lo propone la rassegna di Ángela Martín-Méndez, Francisco Campuzano-Bolarín e David López-López, pubblicata su Environmental Management nel 2026. Gli autori hanno passato in rassegna la letteratura su nature positive (l'obiettivo di fermare e invertire la perdita di natura), nessuna perdita netta, gerarchia di mitigazione (prima evitare il danno, poi ridurlo, ripristinare e solo alla fine compensare), misura della biodiversità e sistemi di gestione ambientale, e ne hanno ricavato un metodo per impianti produttivi, centri logistici, siti energetici e piccole e medie imprese, chiamato NP4IF (Nature-Positive for Industrial Facilities).
Il punto di partenza è una distinzione onesta. Chi gestisce il sito può cambiare il regime di sfalcio, le piante, il drenaggio, l'illuminazione notturna e l'uso di prodotti chimici. Non può decidere quali specie arrivano e restano, perché dipende dal paesaggio intorno, dalle popolazioni vicine e dal tempo. Per questo il metodo procede con una serie di domande, in quest'ordine:
- l'area è dentro il perimetro del sito o sotto il controllo diretto dell'azienda? Se no, è un progetto esterno e si rendiconta a parte;
- l'intervento è compatibile con sicurezza, igiene e produzione? Se no, si sposta o si ridisegna;
- la pressione si può prima evitare o ridurre? Se sì, viene prima di qualunque nuovo habitat, che non va presentato come compensazione di impatti ancora aperti;
- l'intervento si può mantenere con la manutenzione ordinaria? Se no, non ha priorità;
- si può registrare e verificare? Se no, non regge affermazioni forti;
- ci sono osservazioni ecologiche? Se sì, si riportano come segnali, con la loro incertezza.
In pratica gli interventi entrano nelle procedure operative, nei contratti con chi fa la manutenzione del verde e nelle verifiche interne del sistema di gestione ambientale. Fra le quattro tensioni ricorrenti individuate dalla rassegna c'è proprio questa: gli interventi restano deboli se non entrano nelle routine operative, e possono tornare indietro con un cambio negli acquisti, un appaltatore che si allontana dalle specifiche, un taglio di budget o il ricambio del personale.
Cosa si può scrivere nel report di sostenibilità
NP4IF separa due livelli di prova. Il primo sono gli interventi: cosa è stato fatto, dove, quando, da chi e come viene mantenuto. È il livello su cui l'azienda può prendere impegni forti, perché lo controlla. Il secondo sono i segnali ecologici, cioè i cambiamenti osservati in habitat e specie: vanno riportati come tendenze, con l'incertezza, e non come prova. Un sito che si dichiara nature positive o che parla di guadagno netto di biodiversità dovrebbe avere, secondo gli autori, prove solide su stato di partenza, equivalenza (ciò che si guadagna vale ciò che si perde), addizionalità (il guadagno non ci sarebbe stato comunque), permanenza (dura nel tempo), attribuzione e governo dell'intervento. Gli stessi autori scrivono che il metodo non sostituisce l'ESRS E4, lo standard europeo di rendicontazione sulla biodiversità, né le raccomandazioni del TNFD, la task force sulla rendicontazione dei rischi legati alla natura: è il livello operativo con cui le richieste di quei quadri diventano gestione quotidiana del sito.
Per il secondo livello servono un rilievo prima degli interventi e un confronto ripetuto con gli stessi metodi. Abbiamo spiegato come si fotografa un sito prima di intervenire e perché un confronto prima e dopo funziona meglio con un'area di controllo, che a Marsiglia era l'incolto vicino. Per gli impollinatori i metodi di conteggio sono quelli descritti nell'articolo su come si contano le api selvatiche; altrove abbiamo spiegato come si fa il bilancio della natura di un sito.
Come lo misuriamo noi
Nei siti delle aziende partiamo da un sopralluogo dei nostri biologi, che individuano le aree di maggior valore ecologico e definiscono un piano di monitoraggio su misura. Le stazioni sul campo registrano i canti degli uccelli 24 ore su 24 e riconoscono le specie con BirdNET, del Cornell Lab of Ornithology; i sensori misurano il microclima e le immagini satellitari del programma Copernicus seguono habitat e vigore della vegetazione. Le farfalle e le api non si ascoltano: per loro serve un conteggio a vista come quello di Marsiglia, da affiancare. L'indice di biodiversità, una volta validato, viene bloccato, così il valore di partenza non si riscrive dopo gli interventi. Quando il piano prevede alberi, li seguiamo con un censimento totale e un identificativo fisico su ogni pianta, invece di stimare da un campione. Il percorso è descritto nella pagina sul monitoraggio della biodiversità per le aziende.
I limiti di questi studi
Il caso di Marsiglia è un solo sito, un parco e non uno stabilimento, senza repliche: il confronto con l'incolto aiuta, ma non esclude che parte del cambiamento dipenda da annate e paesaggio. Se si guardano i mesi separatamente, la differenza di specie per uscita è significativa solo a giugno, quella di individui fra prima e dopo non lo è, e gli autori stessi ricordano che la superficie migliorata era piccola, circa 200 metri quadrati. Lo studio polacco ha campionato ogni prato una sola volta, su una parcella di 2 metri per 2, fra il 23 giugno e il 3 luglio 2021, e le curve di accumulo delle specie non arrivano a saturazione: secondo le stime degli autori il campione ha colto fra il 51 e il 70 per cento delle specie presenti, a seconda della città. La rassegna sugli impianti industriali, infine, è un lavoro di metodo senza dati di campo: dice come organizzare e rendicontare gli interventi, non quanto rendono.
Fonti
- Deschamps-Cottin M. e altri, A 12-Year Experimental Design to Test the Recovery of Butterfly Biodiversity in an Urban Ecosystem: Lessons from the Parc Urbain des Papillons, Insects 14(10), 780, 2023
- Kostro-Ambroziak A. e altri, Where and What Kind: A Better Understanding of Local and Landscape Features in Planning the Urban Flower Meadows for Supporting Bee Communities, Ecology and Evolution 15(6), e71376, 2025
- Martín-Méndez Á., Campuzano-Bolarín F., López-López D., Nature-Positive for Industrial Facilities: An Environmental Management Framework for Biodiversity Stewardship, Environmental Management 76, 298, 2026
- Foto di copertina: Lera Ginzburg, Unsplash