Per la CO2 un'azienda ha un'unità di misura comoda: le tonnellate, che si sommano da uno stabilimento all'altro e da un anno all'altro. Con la biodiversità non c'è niente di simile. Un ettaro di bosco intatto e un ettaro di pascolo sfruttato occupano la stessa superficie, ma per le specie che ci vivono non valgono lo stesso.

Eppure la domanda arriva. Il Target 15 del quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal, approvato nel 2022, chiede ai governi di fare in modo che le grandi imprese e le istituzioni finanziarie monitorino, valutino e rendano pubblici i propri rischi, dipendenze e impatti sulla biodiversità, anche lungo le catene di fornitura. La TNFD, la task force internazionale sulla rendicontazione dei rischi legati alla natura, ha pubblicato raccomandazioni su come farlo. In Europa le grandi imprese soggette alla CSRD, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità, lo fanno, se il tema risulta rilevante, con ESRS E4, lo standard europeo dedicato a biodiversità ed ecosistemi, uno degli standard ESRS di cui abbiamo parlato a proposito delle novità EFRAG. Resta il problema pratico: con quali numeri.

Un ente scientifico che fa i conti con sé stesso

Un gruppo di ricercatori del CSIRO, l'agenzia scientifica nazionale australiana, ha provato a rispondere usando la propria organizzazione come caso di prova. Lo studio, pubblicato su Conservation Biology nel 2025 da Mokany e colleghi, ricostruisce la storia dei siti che il CSIRO ha posseduto o gestito fra il 1924 e il 2023, quelli di cui si sono potuti ricostruire i confini: 50 in tutta l'Australia. Si va da un sito di 0,14 ettari ai 451.704 ettari di Murchison, dove una piccola parte del terreno ospita i radiotelescopi e il resto è stato usato a lungo per il pascolo estensivo.

Va detto che gli autori lavorano per l'ente che valutano e che lo studio è stato finanziato dal fondo di investimento sociale di BHP, il gruppo minerario. È un limite da tenere presente, anche se il risultato non è lusinghiero per il CSIRO.

Secondo la stima più recente, riferita al 2023, le attività del CSIRO hanno portato a:

  • un aumento del rischio di estinzione delle specie native australiane pari, in totale, a circa una specie (1,0), una stima del modello e non una specie in particolare;
  • 11.945 ettari in meno di habitat effettivo, cioè di superficie pesata per il suo stato di salute;
  • 22.307 ettari-specie in meno di habitat per le specie minacciate, un'unità che somma per ogni specie minacciata gli ettari di habitat a sua disposizione, pesati per il loro stato.

I numeri del bilancio, sito per sito

DatoValore
Siti considerati50, posseduti o gestiti fra il 1924 e il 2023
Superficie dei sitida 0,14 ha a 451.704 ha (Murchison)
Quota di superficie del solo sito di Murchison98%
Siti con bilancio negativo per l'habitat effettivo34 su 50
Variazione relativa dell'habitat effettivoMurchison −2,6%; Merbein −43,0% su 34 ha; Irymple −51,9% su 15 ha
Bilancio dell'habitat effettivo, 2022−12.968 ha
Bilancio dell'habitat effettivo, 2023−11.945 ha (+1.023 ha in un anno)
Aumento del rischio di estinzione, in numero di specie, 2022 e 2023+1,11 e +1,01
Scenario di rigenerazione naturale dal 2024, solo sito di Murchisonda −11.670 ha nel 2024 a +392 ha nel 2075

Il sito di Murchison da solo vale il 98% della superficie di tutti i siti, e il bilancio complessivo dipende quasi tutto da lì: le perdite più forti, fra il 2009 e il 2016, sono dovute soprattutto alla gestione del pascolo bovino in quel sito. Dopo il 2016 il bestiame è stato tolto, e oggi lì pesano soprattutto piccoli disboscamenti per le nuove infrastrutture dei radiotelescopi. Guardando però i siti uno per uno, 34 su 50 sono in negativo per l'habitat effettivo. Il bilancio complessivo resta negativo anche togliendo Murchison dal conto. Se invece si rapporta la perdita alla superficie, il quadro si rovescia: Murchison ha perso il 2,6% del suo habitat effettivo, mentre due siti piccoli, Irymple e Merbein, hanno perso il 51,9% su 15 ettari e il 43,0% su 34 ettari.

Per chi rendiconta questa è forse l'indicazione più utile dello studio. Un totale in ettari mette in luce il sito più grande e nasconde quelli dove il danno, in proporzione, è peggiore. Servono tutte e due le letture, quella assoluta e quella relativa.

Come si misura l'impatto di un sito sulla biodiversità

Il punto di partenza è lo stato dell'ecosistema: un valore fra 0 e 1 che indica quanto un'area conserva la struttura e le funzioni che avrebbe se fosse intatta. Gli autori hanno usato una serie annuale di mappe di questo indice, dal 1987 al 2023, con una risoluzione di circa 100 metri, ricavata da dati satellitari. Moltiplicando lo stato di ogni cella per la sua superficie si ottiene l'habitat effettivo: un ettaro a metà della sua condizione di riferimento conta mezzo ettaro.

La parte più interessante è il confronto. Per ogni sito si costruisce uno scenario controfattuale, cioè una versione della stessa mappa in cui l'organizzazione non è mai arrivata: lo stato delle celle resta quello dell'anno prima dell'acquisizione, mentre fuori dai siti il territorio cambia come è cambiato davvero. Il bilancio è la differenza fra il mondo osservato e quello senza l'organizzazione.

Per le specie a rischio di estinzione il conto è più complicato, perché non si somma sito per sito: dipende anche da quanto habitat simile resta nel resto del continente. Gli autori usano un modello costruito su 118.509 rilievi di comunità vegetali, che stima quanto cambia la composizione delle specie vegetali da un luogo all'altro. Gli autori hanno anche provato a guardare avanti. Partendo dallo stato più recente dell'ecosistema e dai parametri stimati sulle migliori conoscenze disponibili per l'effetto di ogni azione, hanno stimato cosa succederebbe se dal 2024 su tutto il sito di Murchison si puntasse sulla rigenerazione naturale, cioè togliere tutto il bestiame e tenere sotto controllo gli erbivori selvatici introdotti, per lasciar ricrescere da sola la vegetazione nativa. Entro il 2075 l'habitat effettivo del sito tornerebbe in positivo, da −11.670 a +392 ettari, e il rischio di estinzione legato al CSIRO calerebbe dell'equivalente di 0,85 specie.

Cosa ci insegna per la rendicontazione ESRS E4

Chi compila un report di sostenibilità può prendere dal metodo almeno due cose. La prima è l'elenco completo dei siti, con le date in cui sono stati acquisiti o ceduti, che corrisponde alla prima fase di LEAP, il percorso proposto dalla TNFD per valutare il rapporto di un'organizzazione con la natura, quella in cui si individua dove si trovano i siti. La seconda è il confronto con uno scenario senza l'organizzazione, invece di una semplice fotografia dello stato attuale. Il bilancio poi si può aggiornare ogni anno: fra il 2022 e il 2023 il bilancio dell'habitat effettivo è migliorato di 1.023 ettari, un numero che si può verificare e discutere.

C'è anche un aspetto che vale come avvertimento. Lo studio considera solo gli impatti diretti, quelli sui terreni posseduti o gestiti. Restano fuori la catena di fornitura, i rifiuti e l'effetto delle emissioni di gas serra sulla biodiversità. Gli autori notano che mancano quasi ovunque i dati su da dove vengono le materie prime, in che quantità e come sono prodotte. Ne abbiamo parlato nell'articolo sull'impronta di biodiversità delle aziende.

Sottobosco e specie invasive: cosa resta fuori dal conto

Gli autori sono espliciti sui limiti. La qualità del bilancio dipende dall'accuratezza dei dati, e in alcuni punti lo stato dell'ecosistema stimato non corrispondeva alle osservazioni sul campo. I dati satellitari, poi, non colgono alcune cose decisive per la salute di un ecosistema: la composizione e la struttura del sottobosco e la presenza di piante e animali invasivi. Infine, tutto quello che è successo prima del 1987, l'anno da cui partono le immagini, resta fuori dal conto.

Per noi la mappa satellitare serve ad avere il quadro di tutti i siti, ma un numero da mettere in un bilancio va controllato a terra. Lo stesso limite lo avevamo visto nelle mappe usate per il ripristino in Malawi.

È il motivo per cui con Bird House per le aziende affianchiamo alle immagini satellitari dell'habitat un dato raccolto sul posto: stazioni con microfono che riconoscono le specie dai canti con BirdNET, il sistema del Cornell Lab of Ornithology. Per gli alberi, nella riserva di Silva facciamo un censimento totale, albero per albero, e calcoliamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'Inventario forestale nazionale (INFC).

Fonti