Chi in azienda si occupa di sostenibilità di solito tiene due fogli separati. Sul primo ci sono le tonnellate di CO2 equivalente, l'unità che somma tutti i gas serra, sul secondo la natura, cioè specie, habitat, suolo e acqua, che è molto più difficile da tradurre in numeri. Viene spontaneo chiedersi se, lavorando bene sul primo, si stia già sistemando anche il secondo.

Un gruppo di ricerca dell'Università di Jyväskylä, in Finlandia, e dell'Università di Oxford ha provato a dare un numero a questa speranza, in uno studio pubblicato nel 2026 su Business Strategy and the Environment. Secondo i modelli usati, in media il 47% dell'impronta di biodiversità di un settore economico dipende dalle emissioni di gas serra. Da un settore all'altro la quota cambia molto, e gli autori stessi pensano che quel valore sia probabilmente sovrastimato.

Quanto pesa il clima nell'impronta di biodiversità, settore per settore

L'impronta di biodiversità è una stima di quanta natura si perde a causa delle attività di un'organizzazione, compresa la sua catena di fornitura. Si esprime in unità poco familiari, che cambiano da un metodo all'altro: una delle più usate è la frazione di specie potenzialmente scomparse (in sigla PDF, che qui non ha niente a che fare con i documenti). Lo studio ha calcolato quale parte di questa impronta viene dai gas serra per i 21 grandi settori dell'economia mondiale, con quattro metodi molto usati: GLOBIO, LC-IMPACT, ReCiPe e IMPACT World+.

Settore economicoQuota dell'impronta dovuta ai gas serra, mediaDeviazione standard
Estrazione da cave e miniere64%27%
Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata64%27%
Alloggio e ristorazione24%14%
Agricoltura, silvicoltura e pesca22%23%
Media dei 21 settori47%28%

Fonte: Maddinson e colleghi, 2026, paragrafo 3.1. Risultati per settore dei metodi analizzati, con un orizzonte di 100 anni. La deviazione standard indica quanto variano i risultati all'interno dello stesso settore.

Il tipo di settore spiega circa il 57% delle differenze nella quota dovuta ai gas serra. Per chi produce energia o estrae materiali, ridurre le emissioni significa ridurre una fetta larga dell'impronta sulla natura. Per chi coltiva, alleva o pesca, la parte più grande viene da altro, per esempio dall'uso del suolo e dall'inquinamento delle acque: lì un buon piano climatico lascia fuori la maggior parte del problema.

Conta anche la dimensione assoluta dell'impronta. Se si guarda il solo metodo LC-IMPACT, alloggio e ristorazione hanno un'impronta di biodiversità grande, di cui solo il 28% viene dai gas serra. Il settore di acqua, fognature e rifiuti ne ha una molto più piccola, attribuita per il 74% alle emissioni. Gli autori ne ricavano un'indicazione pratica: dove l'impronta è grande e il clima pesa poco servono interventi dedicati alla natura, che il piano di decarbonizzazione non copre.

Come si calcola l'impronta di biodiversità di aziende e settori

Il calcolo è una catena di moltiplicazioni. Si parte da quanto spende un settore e da cosa comporta ogni milione di euro di spesa: suolo occupato, acqua consumata, chili di CO2 equivalente emessi. Questi dati vengono da EXIOBASE, una grande banca dati che collega economia e ambiente; lo studio ne usa la versione 3.8.2, con 200 prodotti e 49 regioni del mondo. Ogni quantità viene poi moltiplicata per un fattore di caratterizzazione, cioè un coefficiente che dice quanta biodiversità si perde per unità di pressione: per l'acqua, per esempio, quale frazione di specie scompare per ogni metro cubo consumato.

Per i gas serra la catena ha due anelli in più. Prima le emissioni si traducono in aumento di temperatura, con i modelli climatici e le proiezioni dell'IPCC. Poi l'aumento di temperatura si traduce in perdita di specie: la maggior parte dei metodi usa meta-analisi su come si spostano i grandi ambienti naturali, i biomi, al crescere della temperatura globale. Lo studio usa un orizzonte di 100 anni, ma fra gli otto metodi che gli autori hanno esaminato si va da 20 a 1000 anni, e gli autori si aspettano che questa scelta cambi molto il risultato, perché gli effetti del clima si accumulano nel tempo.

C'è poi un risultato curioso. I quattro metodi tengono conto di cause di perdita della biodiversità molto diverse per numero, eppure mettono i settori quasi nello stesso ordine: la correlazione fra i loro risultati supera 0,77, su una scala che arriva a 1. Gli autori non la leggono come una prova di solidità. Secondo loro i metodi si appoggiano a dati empirici scarsi e in parte comuni, quindi possono condividere gli stessi errori.

Perché il 47% è probabilmente troppo alto

Nella discussione gli autori mettono il loro risultato accanto alle osservazioni. Citano un'analisi delle minacce che pesano su 8688 specie della Lista Rossa IUCN: il sovrasfruttamento ne minaccia il 72%, l'agricoltura il 62%, il cambiamento climatico il 19%. Sommate, le percentuali superano il cento perché una specie può avere più minacce insieme. Le due misure non sono identiche, ma la distanza fa pensare che nei modelli d'impronta il clima pesi più di quanto si osserva oggi.

Le ragioni indicate sono di metodo. Nessuno degli approcci esaminati considera le specie invasive e lo sfruttamento diretto delle specie, che sono fra le prime cause osservate di perdita di biodiversità. La maggior parte lavora con medie globali, perché mancano dati locali, e solo uno degli otto copre insieme terra, acque dolci e mare.

Anche la scala geografica sposta parecchio i numeri. Con LC-IMPACT e fattori medi globali la quota dovuta ai gas serra è del 60%; con fattori specifici per ogni regione scende al 33%, e i risultati diventano più dispersi.

Il quadro non va però rovesciato. Gli autori ricordano che il cambiamento climatico è una causa di perdita di specie in crescita, quindi la distanza fra modelli e osservazioni potrebbe ridursi negli anni. E avvertono che le misure fatte solo sul sito, da sole, non bastano a cogliere un effetto che si sviluppa su tempi lunghi.

Cosa cambia per chi rendiconta clima e biodiversità

Le imprese che rientrano nella CSRD, la direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità, partono dall'analisi di doppia rilevanza: guardano sia a come l'azienda incide sull'ambiente e sulle persone sia a come questi temi incidono sui suoi conti, e decidono così quali vanno rendicontati. Gli autori propongono un criterio semplice: se il clima risulta un tema materiale per un'azienda, dovrebbe esserlo anche la biodiversità, e viceversa. Ci sembra un criterio ragionevole, che evita di archiviare la natura come tema minore solo perché è più difficile da misurare.

Ci convince meno l'uso dell'impronta modellata come misura principale. Con un errore probabile proprio sul peso del clima, un'azienda di servizi rischia di credere che il suo piano di riduzione delle emissioni copra metà del problema natura, senza aver guardato da vicino suolo, acqua e fornitori. A nostro avviso le quote per settore servono come primo orientamento, per capire dove cercare; poi, per i temi che pesano davvero, servono dati primari, raccolti sul posto. Su come la biodiversità entra nei report abbiamo scritto a proposito del nuovo standard GRI 101.

Il carbonio di un bosco, misurato albero per albero

Nei progetti di riforestazione Silva il carbonio non lo ricaviamo da fattori medi globali. Facciamo un censimento totale, con un identificativo fisico su ogni albero, e stimiamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'inventario forestale italiano (INFC), cioè formule che calcolano la biomassa epigea, il peso secco della parte fuori terra dell'albero, a partire da diametro e altezza. Dal carbonio si passa alla CO2 con il rapporto stechiometrico 3,67; perché la conversione dalla biomassa al carbonio non è un semplice dimezzamento lo abbiamo raccontato in questo articolo. La biodiversità di un luogo, invece, non si deduce dal carbonio: va osservata a parte, ed è il lavoro del nostro monitoraggio della biodiversità per le aziende.

Cosa lo studio non dice

I risultati riguardano settori interi dell'economia mondiale, non singole aziende. Dentro ogni settore i risultati cambiano molto da un caso all'altro, e gli autori stessi scrivono che per decidere servono informazioni più fini, come valutazioni sul sito o dati per prodotto.

Lo studio non ha verificato quanto cambierebbero i numeri con un'altra banca dati economica al posto di EXIOBASE, come Eora o WIOD, e tutti i metodi ignorano le interazioni fra specie, che contano molto nella risposta degli ecosistemi al clima. Infine i fattori che legano emissioni e perdita di specie poggiano su proiezioni del clima futuro, con un'incertezza che gli autori definiscono ampia. La loro conclusione è che l'impronta di biodiversità è uno strumento utile ma imperfetto, da rifare man mano che i metodi migliorano.

Fonti