Nei bilanci di sostenibilità la biodiversità si riconosce spesso dalla foto di un'ape su un fiore. Accanto c'è qualche riga di impegni, raramente un numero.
Lo standard GRI 101: Biodiversity 2024 chiede alle aziende di metterlo, quel numero, e di dire anche dove lo hanno misurato. Lo abbiamo letto tutto, 49 pagine, perché dal 2026 è la versione in vigore per chi usa i GRI Standards.
Chi lo ha scritto e chi deve usarlo
Lo ha emesso il Global Sustainability Standards Board (GSSB), l'organo che scrive i GRI Standards. È stato pubblicato il 25 gennaio 2024, si applica ai report pubblicati dal 1 gennaio 2026 e, come spiega la pagina del progetto, sostituisce il GRI 304: Biodiversity 2016.
Non è una legge. Il GSSB incoraggia l'uso degli standard e nessuno è obbligato ad adottarli. Chi però dichiara di rendicontare "in accordance with the GRI Standards" deve rispettarne i requisiti, cioè le frasi scritte con "shall". Le raccomandazioni restano facoltative.
Vale per organizzazioni di qualsiasi dimensione, settore e Paese. Se la biodiversità è un tema materiale, cioè se l'azienda ha impatti rilevanti sulla natura, le informazioni previste vanno riportate. Un dato che manca si può omettere, spiegandone il motivo.
Le otto disclosure di GRI 101
Lo standard è diviso in otto disclosure, cioè blocchi di informazioni da pubblicare. Le prime tre riguardano come l'azienda gestisce il tema, le altre cinque i suoi impatti. Messe in forma di domanda:
- Che politiche hai per fermare e invertire la perdita di biodiversità? Servono obiettivi, anno base e indicatori, e va spiegato come si collegano al Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l'accordo internazionale che indica come visione al 2050 il "vivere in armonia con la natura".
- Come gestisci i tuoi impatti?
- Come rispetti le regole sull'accesso alle risorse genetiche e sulla condivisione dei benefici? È il tema del Protocollo di Nagoya: chi usa risorse genetiche o conoscenze tradizionali di un territorio deve condividerne i benefici.
- Come hai individuato i siti e i prodotti con gli impatti più significativi?
- Dove si trovano quei siti?
- Quali sono i driver diretti di perdita di biodiversità legati alla tua attività?
- Come cambia lo stato della biodiversità nei tuoi siti?
- Quali servizi ecosistemici tocchi, e chi ne beneficia?
I dati richiesti sui siti
Per ogni sito con impatti significativi l'azienda deve indicare la posizione, anche con mappe o coordinate, la superficie in ettari e se il sito si trova dentro o vicino a un'area ecologicamente sensibile, con la distanza e il tipo di area.
Deve poi riportare i driver diretti di perdita di biodiversità, classificati secondo l'IPBES, il panel scientifico intergovernativo sulla biodiversità:
- gli ettari di ecosistema naturale convertiti dopo una data di riferimento, la cut-off date, e le conversioni tra ecosistemi già modificati;
- le specie selvatiche prelevate, con quantità, tipo e rischio di estinzione;
- il prelievo e il consumo d'acqua, in megalitri;
- gli inquinanti rilasciati;
- le specie aliene invasive.
Per conversione di un ecosistema naturale lo standard intende, con la definizione dell'Accountability Framework, qualsiasi cambiamento causato dall'uomo che trasforma un ecosistema naturale in un altro uso o ne altera profondamente composizione di specie, struttura o funzione. Conta quindi anche un intervento che lascia in piedi gli alberi ma cambia le specie che ci vivono.
Sullo stato della biodiversità servono due misure per ogni sito: gli ettari di ciascun tipo di ecosistema e la loro condizione, cioè la qualità dell'ecosistema confrontata con una condizione di riferimento. Vanno rilevate nell'anno base e nel periodo di rendicontazione. Per il rischio di estinzione delle specie il riferimento è la Lista Rossa IUCN.
Prima evitare, poi compensare
Per gestire gli impatti GRI 101 adotta la gerarchia di mitigazione: evitare, minimizzare, ripristinare o riabilitare e, per ultimo, compensare. Ai quattro passaggi aggiunge le azioni trasformative, che intervengono sul sistema da cui l'impatto nasce.
Chi compensa, con un offset, deve dichiararne obiettivi, luogo, buone pratiche seguite ed eventuale certificazione di terze parti. Lo standard richiama tre principi:
- addizionalità: il beneficio non ci sarebbe stato senza quell'intervento;
- equivalenza ecologica: si compensa con qualcosa di simile a ciò che si è perso;
- permanenza: il beneficio deve durare.
Per il ripristino gli obiettivi devono essere proporzionati, realizzabili e misurabili, e per ogni sito vanno indicati gli ettari in ripristino e quelli già ripristinati. Vanno descritti anche le sinergie e i compromessi con le azioni per il clima e gli effetti sulle comunità locali.
Su questi punti si gioca molto del greenwashing ambientale: una compensazione presentata al posto della riduzione, o un progetto che nessuno può misurare.
La catena di fornitura oltre il primo livello
GRI 101 chiede di guardare anche ai prodotti e ai servizi che l'azienda acquista, e non si ferma ai fornitori diretti: la valutazione va oltre il primo livello della catena di fornitura. Per i prodotti con gli impatti più significativi vanno indicati i Paesi di origine, e i driver di perdita vanno riportati Paese per Paese.
Per capire da dove cominciare, lo standard suggerisce strumenti come la High Impact Commodity List della Science Based Targets Network, ENCORE e il Biodiversity Risk Filter del WWF, e rimanda all'approccio LEAP della TNFD, la task force sulle informazioni finanziarie legate alla natura.
Cosa cambia nel report di sostenibilità
Adottare GRI 101 resta una scelta. Chi la fa, nel capitolo del report dedicato alla natura dovrà riportare posizioni, ettari, specie e Paesi di origine delle forniture, oltre alla descrizione dei progetti.
Un progetto di biodiversità si racconta meglio, in un report, se si può collocare in un luogo e seguire nel tempo. Con Bird House per le aziende lavoriamo in questa direzione: il progetto monitora la fauna con sensori IoT e fototrappole.