Un ettaro di terra, diviso in due o tre appezzamenti non attaccati fra loro. Intorno, di solito, case sparse, terreni a riposo e qualche albero. È la misura media di un'azienda agricola familiare in Malawi. Vista dall'alto, con pixel di dieci metri per lato, diventa un mosaico in cui un campo, un pascolo e un boschetto si confondono facilmente.

Eppure è proprio da quell'alto che passa la tentazione di controllare la riforestazione. Abbiamo voluto capire quanto ci si può fidare, rifacendo i conti punto per punto sui dati di un confronto pubblicato nel 2026 fra le mappe satellitari globali e l'inventario forestale nazionale del Malawi.

Più di un terzo del Malawi da ripristinare entro il 2030

Il Malawi si è impegnato a ripristinare 4,5 milioni di ettari di terre degradate entro il 2030, nell'ambito di AFR100, l'iniziativa africana per il ripristino dei paesaggi forestali, e della Bonn Challenge, l'impegno internazionale con lo stesso scopo. Il paese misura circa 11,8 milioni di ettari: l'obiettivo vale più di un terzo della sua superficie. Intanto il bosco continua a ridursi, di circa 33.000 ettari l'anno secondo una stima del 2021.

Ripristinare, qui, significa soprattutto alberi nei campi, agroforestazione, boschi gestiti dalle comunità, conservazione del suolo e dell'acqua. Per sapere se funziona bisogna seguire nel tempo come cambia l'uso del suolo, distretto per distretto. Il modo più comodo sono le mappe globali di copertura del suolo ricavate dalle immagini dei satelliti europei Sentinel, con un dettaglio di dieci metri: Esri Land Cover, ESA WorldCover dell'Agenzia spaziale europea e Dynamic World, prodotta con Google Earth Engine.

Il metro di paragone: l'inventario forestale a terra

Per giudicare una mappa serve qualcosa di più affidabile con cui confrontarla. In Malawi c'è l'inventario forestale nazionale: squadre del dipartimento forestale che vanno su aree di saggio permanenti e annotano l'uso del suolo secondo le classi nazionali. Per il 2020 ci sono 4.715 punti che si possono sovrapporre alle tre mappe, dopo aver ridotto tutte le definizioni a quattro classi comuni: alberi, prateria e pascolo, coltivi, aree costruite. Per le mappe "alberi" vuol dire vegetazione fitta alta circa 4,5 metri o più.

Il confronto punto per punto è stato pubblicato da un gruppo della Bangor University su Environmental Monitoring and Assessment, con le tabelle complete di quante volte ogni mappa dice la stessa cosa dell'inventario e, quando sbaglia, che cosa dice al suo posto. Da quelle tabelle partono i nostri conti.

Le mappe del Malawi viste punto per punto

Tre mappe del Malawi affiancate, una per Esri Land Cover, ESA WorldCover e Dynamic World, con migliaia di punti dell'inventario forestale colorati in verde dove la mappa satellitare concorda con il rilievo a terra e in arancione dove no. Accordo 65,6% per Esri, 61,9% per ESA, 46,9% per Dynamic World.
In verde i punti in cui la mappa satellitare dice la stessa cosa dell'inventario forestale, in arancione quelli in cui dice altro. Malawi, 2020. Rielaborazione nostra della figura 6 di Uganja, Mollee e Gibbons, 2026, licenza CC BY 4.0, con etichette tradotte.

Nel complesso Esri dà la stessa risposta dell'inventario in 3.077 punti su 4.691, il 65,6%. ESA WorldCover si ferma al 61,9%, Dynamic World al 46,9%, cioè meno di una volta su due. Per avere un termine di confronto, Esri, che produce la mappa, dichiara a livello globale un'accuratezza superiore all'85%. Sulla carta l'arancione non è distribuito a caso: si raccoglie soprattutto nel centro e nel sud, dove i piccoli appezzamenti sono più fitti, mentre con Esri gli errori sono più sparsi. Nella mappa di Dynamic World l'arancione copre interi blocchi di territorio.

Dove c'è bosco, le mappe vedono pascolo

Abbiamo isolato i circa 3.500 punti che l'inventario classifica come bosco e guardato che cosa ne dice ciascuna mappa.

Grafico a barre orizzontali: nei circa 3.500 punti che a terra sono bosco, Esri Land Cover vede alberi nel 70% dei casi e pascolo o prateria nel 29%; ESA WorldCover alberi nel 61% e pascolo nel 38%; Dynamic World alberi nel 40% e pascolo nel 58%; il resto sono campi o case
Che cosa vedono le tre mappe nei punti che l'inventario forestale classifica come bosco. Elaborazione nostra sui dati della figura 4 di Uganja, Mollee e Gibbons, 2026, licenza CC BY 4.0.

Gli alberi mancati non finiscono fra i campi o fra le case: finiscono quasi tutti nella classe dei pascoli e delle praterie. Con Esri sono 1.034 punti, quasi tre su dieci. Con Dynamic World sono 2.013, più di metà del bosco rilevato a terra. Lo sbaglio opposto, cioè alberi disegnati dove l'inventario non li ha trovati, è molto più raro: 326 punti per Esri, 136 per Dynamic World. Il risultato è che tutte e tre le mappe vedono meno bosco di quello che c'è. Sui punti esaminati l'inventario trova alberi in circa tre casi su quattro, Esri in sei su dieci, ESA in metà dei casi, Dynamic World in uno su tre.

Gli stessi numeri si possono leggere dall'altro lato, ed è il dato che ci ha colpito di più. Quando una mappa colora un punto come pascolo, nella maggior parte dei casi a terra c'è bosco: succede 1.034 volte su 1.863 per Esri (55%), 1.332 su 2.132 per ESA (63%), 2.013 su 2.942 per Dynamic World (68%). I pascoli veri sono solo fra un quarto e un terzo dei punti che le mappe chiamano così. Al contrario, quando la mappa dice "alberi" quasi sempre ha ragione: oltre l'88% delle volte per tutte e tre.

Ai campi coltivati va peggio. Nella mappa di Esri i punti di coltivo confrontabili sono 271: ne riconosce 16 e ne mette 219 fra i pascoli, otto su dieci. ESA, la più brava su questa classe, ne riconosce meno di quattro su dieci.

La spiegazione sta nella forma del paesaggio. Il Malawi ha in media circa 200 abitanti per chilometro quadrato, e un tetto, un orto e un albero possono stare dentro lo stesso pixel. I boschi aperti del miombo, la formazione forestale che domina il paese, i terreni a riposo, le boscaglie degradate e i pascoli comuni danno segnali simili a chi li guarda dallo spazio. La classe dei pascoli diventa così una specie di cassetto dove finisce tutto quello che il satellite non riesce a decidere.

Che cosa cambia per chi deve rendicontare il ripristino

Messi in fila, questi numeri dicono tre cose a chi deve misurare un obiettivo come quello del Malawi. Primo: una mappa che scambia per pascolo più di metà dei punti di bosco fa sembrare senza alberi terre che ne hanno, e quindi gonfia lo spazio disponibile per piantare: si rischia di rimboschire dove il bosco c'è già. Secondo: gli interventi di ripristino del paese puntano proprio su ciò che le mappe vedono peggio, cioè alberi nei campi e agroforestazione lungo i confini dei poderi. Terzo: con una mappa sola non si sa da che parte cade l'errore, e tre mappe che dicono cose diverse permettono di scegliere quella che conviene al racconto. Gli autori del confronto lo chiamano "dataset shopping".

La strada che ci sembra più solida è quella che i dati stessi suggeriscono: le mappe globali per guardare tutto il territorio e dare l'allarme quando qualcosa cambia, i rilievi a terra come riferimento per stimare le superfici, e i registri locali, come gli inventari dei boschetti di villaggio, i dati distrettuali sull'agroforestazione e i registri fondiari delle autorità tradizionali.

La lezione vale anche fuori dal Malawi. Se un'azienda finanzia un progetto di ripristino e nel suo bilancio di sostenibilità scrive quanti ettari sono tornati bosco, conviene chiedere su quale mappa si basa il numero e se qualcuno l'ha confrontata con rilievi a terra. Ne avevamo parlato anche a proposito dei boschi pugliesi visti dal laser satellitare e delle riforestazioni africane che spostano altrove il taglio del bosco.

Come contiamo gli alberi noi

In Malawi lavoriamo nel distretto di Balaka, con pozzi e lampioni solari. Gli alberi li misuriamo a Silva, la nostra riserva a Tollo, in Abruzzo, e la scelta di fondo è diversa sia dalla mappa sia dall'inventario a campione: un censimento totale, albero per albero. Ogni albero ha un codice Arbotag univoco e per ognuno registriamo specie, diametro a 1,30 metri da terra e altezza. Da lì le equazioni allometriche dell'Inventario forestale nazionale italiano (INFC), specifiche per specie, danno la biomassa. Poi isoliamo la frazione di carbonio e la convertiamo in CO2 equivalente con il rapporto stechiometrico di 3,67. Il satellite resta utile per guardare un territorio intero. Per mettere un numero in un bilancio, noi preferiamo un dato che si possa ricontrollare albero per albero.

I limiti di questi numeri

I conti valgono per i punti esaminati e non per tutto il paese: i pesi statistici dei gruppi di punti dell'inventario non sono disponibili, quindi le percentuali non si possono trasformare in ettari. Su pixel di dieci metri basta un piccolo errore di posizione per far cadere un punto di confine nel pixel accanto. Le zone umide, comprese le dambo, aree che restano allagate per una parte dell'anno lungo i corsi d'acqua, sono fuori dal confronto, anche se il ripristino le riguarda. Le aree costruite contano poco più di 30 punti, troppo pochi per dire qualcosa. E l'inventario stesso può contenere errori: le percentuali misurano l'accordo con i rilievi a terra, non con una realtà perfetta.

Infine, tutto riguarda il 2020. Ogni stima di cambiamento costruita su una mappa si porta dietro gli errori della classificazione di partenza: per verificare un obiettivo al 2030 bisognerà controllare con lo stesso rigore anche le serie negli anni.

Fonti