Se prometti di non mangiare dolci in una casa dove non ce ne sono, la promessa la mantieni senza fatica. L'avresti mantenuta anche senza prometterlo, e guardando la dispensa vuota nessuno saprebbe dire se il merito è tuo.

Uno studio uscito a luglio 2026 su PNAS ha fatto questo conto con l'olio di palma indonesiano. Le aziende che si erano impegnate a non produrre e non comprare palma coltivata su terreni disboscati nel complesso hanno rispettato l'impegno. Le concessioni legate a loro, però, hanno ridotto la deforestazione quanto quelle legate ad aziende che non avevano promesso niente.

Che cosa promette un impegno zero deforestazione

In inglese si chiamano zero-deforestation commitments: un'azienda dichiara che non produrrà e non comprerà materie prime coltivate su terra disboscata dopo una certa data. Nel settore dell'olio di palma sono molto diffusi. Gli autori dello studio, con primo autore Matthieu Stigler, ricordano che nel 2020 questi impegni coprivano circa l'83% della capacità di raffinazione di Indonesia e Malesia, e che fra il 2001 e il 2019 l'espansione della palma ha causato circa il 34% della deforestazione indonesiana.

Per un'azienda il successo si misura con la conformità: i fornitori non hanno disboscato, la filiera è pulita. Lo studio aggiunge una seconda domanda, quella dell'addizionalità: senza l'impegno sarebbe andata peggio? È la domanda che si fa anche ai crediti di carbonio, e ha la stessa difficoltà, perché bisogna confrontare quello che è successo con quello che sarebbe successo, e il secondo scenario nessuno l'ha visto.

Prima e dopo, con e senza promessa

Gli autori hanno ricostruito la filiera indonesiana: 2.644 concessioni di palma, 1.222 frantoi di 190 gruppi aziendali, 75 raffinerie di 32 gruppi. Hanno poi diviso le concessioni in due gruppi, quelle collegate ad aziende con un impegno e quelle collegate ad aziende senza, e hanno misurato la deforestazione in due periodi: prima degli impegni (2001-2012) e durante la loro piena applicazione (2018-2020). Il collegamento si può fare in due modi, attraverso chi possiede il frantoio che lavora i frutti della concessione o attraverso la raffineria che compra da quel frantoio, e lo studio li prova entrambi. Nel confronto entrano solo le concessioni che si riescono a collegare a un'azienda con o senza impegno: molte restano fuori, perché solo il 56% delle concessioni risulta collegato a un frantoio, e i criteri esatti di inclusione sono nell'appendice dello studio.

CollegamentoGruppoConcessioniDeforestazione annua 2001-2012Deforestazione annua 2018-2020
Proprietà dei frantoisenza impegno1647,12%0,62%
con impegno3287,10%0,48%
Acquisti delle raffineriesenza impegno279,56%1,06%
con impegno2048,42%0,42%
Effetto stimato dell'impegnoproprietà: −0,12 punti (errore standard 0,67); acquisti: +0,49 punti (errore standard 1,44). Nessuno dei due è statisticamente diverso da zero

Fonte: Stigler e colleghi, 2026, tabella 1. La deforestazione è la quota annua della foresta presente che viene persa per far posto a piantagioni industriali di palma.

Il metodo si chiama differenza nelle differenze. Se l'impegno funziona, il calo della deforestazione nel gruppo con impegno deve essere più grande del calo nel gruppo senza, e la differenza fra i due cali è l'effetto attribuibile all'impegno. La perdita di foresta è misurata da satellite con le mappe Global Forest Change: conta come foresta del 2000 un pixel con almeno il 90% di copertura delle chiome. I legami di filiera vengono da Trase, una banca dati pubblica sulle filiere delle materie prime, per il 2018-2020; la qualità degli impegni dal metodo di punteggio SPOTT, un sistema che valuta la trasparenza delle aziende della palma, applicato a 51 gruppi aziendali.

Impegni rispettati, nessun effetto in più

Nelle concessioni collegate ad aziende con impegno, fra il 2018 e il 2020 la deforestazione media è stata di circa lo 0,5% all'anno, contro il 7-8% annuo prima del 2012. Circa il 3% di queste concessioni ha perso più dell'1% all'anno della foresta che aveva nel 2000, e in tutto sono stati disboscati circa 7.000 ettari. Gli autori la leggono come una conformità alta: nel complesso le aziende hanno fatto quello che avevano promesso, pur con qualche eccezione.

Il calo però è stato quasi identico anche dove nessuno aveva promesso niente. Con il collegamento attraverso la proprietà dei frantoi, l'effetto stimato dell'impegno è di −0,12 punti percentuali all'anno, con un errore standard di 0,67 (il margine di incertezza della stima): un valore che non si distingue da zero. Con il collegamento attraverso gli acquisti la stima è +0,49, anche questa non significativa, e gli autori stessi chiedono cautela, perché i due gruppi avevano andamenti diversi già prima degli impegni. Lo studio ripete l'analisi in una dozzina di varianti, per singola isola, con periodi diversi, con altri metodi statistici, e il risultato in gran parte regge.

La foresta era già andata

Secondo gli autori il motivo principale è che nelle concessioni restava poco da tagliare. Fra il 2001 e il 2012 le concessioni poi collegate agli impegni avevano perso in media il 50% della foresta che avevano nel 2000, e nel 2012 il bosco rimasto copriva in media l'11% della loro superficie. Per quelle senza impegno i valori sono quasi uguali: 54% perso, 10% rimasto. A questo si aggiungono i prezzi dell'olio di palma grezzo, più bassi nel 2018-2020 che nel 2001-2012, e alcune misure pubbliche indonesiane, come la moratoria del 2011 sulle nuove concessioni in foreste primarie e torbiere e il blocco dei nuovi permessi per piantagioni di palma fra il 2018 e il 2021. Gli autori aggiungono due avvertenze: l'efficacia di queste misure è discussa, e lo stop alle nuove concessioni non riguarda quelle già assegnate, che sono proprio quelle studiate.

C'è poi un problema di misura che riguarda chiunque compri materie prime. Le filiere sono intrecciate: un gruppo che raffina compra in media da 138 frantoi diversi all'anno, e c'è solo il 47% di probabilità che il rapporto fra un gruppo di raffinazione e un frantoio continui da un anno al successivo. Quali piantagioni siano coperte da un impegno dipende quindi da come si traccia la filiera. Seguendo la proprietà dei frantoi risulta coperto il 46% delle concessioni collegate, seguendo gli acquisti l'86%, e solo il 48% delle concessioni ha lo stesso stato con i due metodi.

Cosa cambia per chi deve rispettare l'EUDR

Dal 30 dicembre 2026 le grandi e medie imprese che mettono sul mercato europeo o esportano olio di palma, soia, cacao, caffè, legno, gomma, bovini e alcuni loro derivati dovranno dimostrare che non vengono da terreni disboscati dopo il 31 dicembre 2020. Lo prevede il regolamento europeo sui prodotti a deforestazione zero (UE 2023/1115, detto EUDR); le date sono quelle indicate dalla Commissione europea. Per la maggior parte delle micro e piccole imprese la scadenza è il 30 giugno 2027.

Gli autori ne traggono due conseguenze. La gran parte della palma prodotta nelle concessioni industriali indonesiane probabilmente rispetta già il requisito, perché quella terra è stata disboscata molto prima di quella data. E con relazioni commerciali così instabili, costruire filiere davvero separate può richiedere di ridurre il numero di fornitori, con il rischio di escludere i piccoli produttori.

Per chi scrive un report di sostenibilità, la lezione che ne ricaviamo è pratica. Un dato di conformità (nessun ettaro disboscato nella mia filiera) e un dato di impatto (quanta foresta ho evitato di perdere) sono due numeri diversi, e il secondo richiede un gruppo di confronto. Nel report possono stare entrambi, ma presentare il primo come se fosse il secondo è una forma di greenwashing, anche quando nasce in buona fede. Un problema parente è lo spostamento del disboscamento da un'area all'altra, che abbiamo raccontato in Riforestazione: i conti non tornano.

Come la vediamo da Piantando

La stessa distinzione vale per i nostri progetti. Nei boschi di Silva il dato che consegniamo è uno stock di carbonio misurato: censimento totale degli alberi, ognuno con il suo identificativo fisico Arbotag, formule che ricavano la biomassa da diametro e altezza di ogni albero (le equazioni allometriche dell'inventario forestale italiano, INFC). Fra un censimento e l'altro gli aggiornamenti annuali non superano mai il valore calcolato con quelle formule. Questo dice quanto carbonio c'è negli alberi che contiamo. Da solo non dice quanto ce ne sarebbe stato senza il progetto: è una domanda di addizionalità come quella dello studio, e la teniamo distinta.

Cosa lo studio non dice

Gli autori elencano i limiti con cura. La deforestazione che misurano è un'approssimazione: non coincide con le aree ad alto stock di carbonio o ad alto valore di conservazione che gli impegni dovrebbero proteggere, perché quei dati sono difficili da ottenere, incompleti e non aggiornati con regolarità. Lo studio guarda solo dentro le concessioni, mentre una parte del disboscamento avviene fuori, per mano di aziende industriali, operatori medi senza permessi e piccoli agricoltori.

Può anche darsi che le aziende senza impegno si siano comportate meglio per imitazione o per paura di perdere acquirenti, e che alcune concessioni classificate senza impegno nel 2018-2020 fossero coperte negli anni precedenti, che i dati di filiera non raggiungono. In entrambi i casi l'efficacia degli impegni risulterebbe sottostimata.

Il periodo analizzato, infine, era di bassa deforestazione in tutta l'Indonesia. Per questo gli autori scrivono che il risultato non deve spingere le aziende ad abbandonare gli impegni: se prezzi e politiche cambiassero e la pressione sulla foresta tornasse a salire, quegli impegni potrebbero rivelarsi una salvaguardia decisiva per le foreste indonesiane rimaste.

Fonti