Quando un'azienda progetta una nuova sede o rifà la copertura di un capannone, il tetto verde entra spesso nel capitolato con la promessa di "restituire natura" alla città, e prima o poi qualcuno deve scrivere nel report di sostenibilità cosa ospita davvero. Sulla biodiversità dei tetti verdi la risposta più solida che abbiamo trovato viene da Zurigo, dove 52 tetti verdi sono stati confrontati ciascuno con un'area verde a terra vicina: i tetti ospitano comunità di invertebrati proprie, con più coleotteri, farfalle e falene, ma meno specie in totale e molti meno animali del suolo, come i vermi. Un tetto verde aggiunge un habitat diverso, e gli studi dicono di non considerarlo un sostituto del verde a terra.

Il confronto fra 52 tetti verdi e il suolo di Zurigo

Zurigo è un buon laboratorio perché dal 1991 la città obbliga a rinverdire i tetti piani degli edifici nuovi o ristrutturati. Kilian Perrelet e colleghi dell'istituto federale svizzero di ricerca su foreste, neve e paesaggio (WSL) e dell'istituto federale per le scienze acquatiche (Eawag) hanno scelto 52 tetti verdi estensivi, cioè con poco substrato e poca manutenzione, non irrigati e di solito profondi fra 5 e 15 centimetri, coperti da erbe, graminacee, muschi e piante grasse. Ogni tetto era abbinato a un'area verde a terra, in media a 155,2 metri di distanza (da 19,4 a 655,9 metri).

Al posto delle trappole hanno usato il DNA ambientale: 312 campioni di suolo, metà dai tetti a maggio 2023 e metà da terra a maggio 2022, analizzati in laboratorio per riconoscere le specie dai frammenti di DNA che lasciano. I risultati sono usciti in due articoli: il primo, sul Journal of Environmental Management nel 2025, conta le specie; il secondo, sul Journal of Applied Ecology nel 2026, ricostruisce chi mangia chi.

Gruppo o ruolo nella rete alimentareTetto verde estensivoArea verde a terra vicina
Taxa in totale50 ± 1468 ± 12
Mosche e altri ditteri25 ± 720 ± 6
Coleotteri10 ± 34 ± 3
Lepidotteri (farfalle e falene)3 ± 20 ± 1
Vermi9 ± 320 ± 3
Collemboli8 ± 310 ± 3
Crostacei07 ± 3
Predatori8 ± 44 ± 3
Detritivori14 ± 531 ± 4

Numero medio di taxa (specie o gruppi riconosciuti dal DNA) per sito, con la deviazione standard, nei 52 siti abbinati di Zurigo. Fonte: Perrelet e altri, 2026. Tutte le differenze sono statisticamente significative. I numeri vengono dalla rete alimentare ricostruita nello studio del 2026 e non coincidono con i conteggi di specie dello studio del 2025, riportati più sotto.

Contando tutte le specie, lo studio del 2025 trova in media 62 specie di invertebrati per tetto contro 74,2 a terra. Le due comunità però sono soprattutto diverse: un tetto e l'area a terra abbinata avevano in comune solo una piccola parte delle specie, fra il 10 e il 20 per cento circa, soprattutto vermi e collemboli, e questa quota non dipendeva dalla distanza fra i due. Gli animali che volano o camminano in superficie se la cavano bene sul tetto; quelli che vivono dentro il suolo sono molti meno, anche se alcune specie del suolo erano presenti su tutti i tetti.

Perché sul tetto verde mancano vermi e detritivori

Un substrato di pochi centimetri, che d'estate si scalda e si secca, è un ambiente difficile per chi vive nel suolo e non vola. Gli autori lo collegano alla poca umidità e alla poca sostanza organica, e al fatto che le specie che si spostano poco arrivano su un tetto di rado, spesso per caso o portate dall'uomo. Il risultato si vede nella rete alimentare: sui tetti prevalgono i predatori e le specie che mangiano piante, mentre a terra la rete poggia sui detritivori, gli animali che decompongono foglie morte e materia organica.

Con il modello della rete gli autori hanno simulato la perdita progressiva di metà dei nodi, cioè delle specie e delle risorse, e contato le estinzioni secondarie: le specie che spariscono perché perdono ciò di cui si nutrono. Sui tetti si arrivava in media a circa il 51 per cento di estinzioni secondarie, a terra a circa il 17 per cento. Le reti reali dei tetti restavano comunque più robuste di reti assemblate a caso.

Quali scelte di progetto aumentano la biodiversità di un tetto verde

La parte più utile per chi progetta è quella sulle caratteristiche dei tetti. Nello studio del 2025 il numero di specie cresceva con la profondità del substrato, con la copertura vegetale e con i substrati a base di terra, e fra le caratteristiche ambientali quella che pesava di più era l'età del tetto: i tetti più vecchi ospitavano più specie. L'altezza dell'edificio pesava in negativo, ma poco. Lo studio del 2026 aggiunge che i tetti più vecchi e con più substrato avevano anche reti alimentari più robuste. Nelle conclusioni dello studio del 2026 gli autori mettono al primo posto, in fase di progetto, la profondità del substrato, poi una buona copertura vegetale e un substrato ricco di sostanza organica; i tetti intensivi, più profondi e con alberi e arbusti, non erano nel campione e per loro i dati mancano.

Da qui ricaviamo due indicazioni, che sono una nostra lettura. In un capitolato conviene chiedere uno spessore e una composizione del substrato dichiarati, invece di "tetto verde" e basta, perché sono le variabili che gli studi collegano alle specie. E un tetto verde va valutato nel tempo: il primo anno racconta poco, visto che l'età è fra i fattori che contano di più.

Un tetto verde a Roma dopo la fine delle cure

Lo studio di Zurigo riguarda il clima dell'Europa centrale. Per il Mediterraneo, dove la siccità estiva è il problema principale, c'è un lavoro più piccolo ma vicino a noi. Il tetto del liceo Keplero di Roma, completato nel 2016 e descritto come il primo tetto verde della città su una scuola pubblica, ha 150 metri quadrati di tetto estensivo e 50 di parcelle sperimentali. Dal 2017 al 2019 è stato curato, con la rimozione delle piante spontanee e irrigazioni di emergenza d'estate; nella primavera 2020, con le restrizioni per il COVID-19, manutenzione e irrigazione si sono fermate del tutto. Fra marzo 2021 e febbraio 2022, dopo circa un anno di abbandono, Bellini e colleghi ne hanno rilevato la vegetazione ogni mese e hanno pubblicato i risultati su Plants nel 2025.

Sul tetto si erano insediate da sole 62 specie di piante di 18 famiglie, 19 delle quali (il 31 per cento) margherite e affini, le Asteracee. Più della metà, 35 specie, erano terofite, piante annuali che superano la stagione sfavorevole sotto forma di seme. Il 38 per cento delle specie arrivate da sole erano mediterranee e il 15 per cento esotiche. Fra le specie piantate, alcune mediterranee hanno resistito senza acqua e il timo serpillo era quella con la copertura più alta. È un solo tetto seguito per un anno, senza confronto con altri siti, ma mostra che un tetto lasciato a sé dopo anni di cure si ripopola di specie spontanee, con una parte di esotiche. Fra le possibili forme di gestione gli autori citano la rimozione delle esotiche, la sostituzione del substrato o l'aggiunta di sostanza organica.

Cosa scrivere nel report di sostenibilità

Già nel 2014 una rassegna sul Journal of Applied Ecology, di Williams, Lundholm e MacIvor, concludeva che i tetti verdi ospitano soprattutto specie generaliste, in particolare insetti, che il loro valore per le specie rare e per i vertebrati era poco documentato e che era prematuro, per chi fa le politiche urbane, considerarli equivalenti agli habitat a terra. Restava da verificare se i tetti riproducono le comunità del suolo. I due studi di Zurigo rispondono con dati di campo: i tetti ospitano comunità proprie, diverse da quelle a terra.

Per chi rendiconta questo ha una conseguenza pratica. Un tetto verde si può descrivere come intervento, con superficie, tipo (estensivo o intensivo), spessore e tipo di substrato, piante messe a dimora e anno di realizzazione. Presentarlo come compensazione del verde a terra perso con un nuovo edificio è un'altra affermazione, che gli studi non sostengono: il titolo stesso dello studio del 2025 parla di comunità che non sostituiscono quelle a terra. E se vuoi scrivere che il tetto ospita una certa biodiversità, servono rilievi fatti sul tetto, confrontati con un'area di riferimento a terra e ripetuti negli anni, con il disegno prima-dopo con controllo che abbiamo descritto parlando di come si verifica se un intervento per la biodiversità funziona. Il metodo usato a Zurigo, il DNA ambientale, l'abbiamo raccontato nell'articolo sul DNA ambientale nei fiumi; per gli interventi a terra ci sono quelli sul prato fiorito per gli impollinatori e sullo sfalcio ridotto.

Come lo misuriamo noi

Per il monitoraggio della biodiversità nei siti aziendali usiamo le stazioni Bird House: un microfono che registra i canti, sensori di microclima e alimentazione solare per funzionare ovunque. Le specie di uccelli si riconoscono dai canti con BirdNET, il modello del Cornell Lab of Ornithology, e ogni rilevazione ha data, luogo e provenienza; le immagini satellitari del programma Copernicus aggiungono copertura del suolo e vigore della vegetazione. Prima di installare, i nostri biologi fanno un sopralluogo e definiamo con l'azienda un piano di monitoraggio che parte dallo stato iniziale del sito, perché l'effetto di un intervento come un tetto verde si legge solo come differenza nel tempo. Le stazioni ascoltano gli uccelli, il gruppo che gli studi di Zurigo hanno lasciato fuori, e non contano gli invertebrati del substrato: per quelli servono campionamenti come il DNA ambientale o le trappole.

Cosa questi studi non dicono

Gli studi di Zurigo riguardano solo tetti estensivi, di una sola città e in un clima centroeuropeo. Tetti e aree a terra sono stati campionati in anni diversi, anche se quattro siti di controllo, campionati in entrambi gli anni, sono cambiati poco. Il DNA ambientale del suolo dice quali specie sono presenti, non quante, coglie poco gli animali che volano, che pure erano più della metà dei taxa trovati, e non dice se le popolazioni sul tetto si riproducono lì o sono di passaggio: gli autori non escludono che per alcune specie del suolo il tetto sia una trappola ecologica, un ambiente che attira ma in cui non riescono a mantenersi. Le caratteristiche delle specie sono dedotte da banche dati, e le reti alimentari sono ricostruite da interazioni note in letteratura, non osservate sul posto, senza uccelli e senza abbondanze. Lo studio di Roma è un solo tetto per un anno, sulle sole piante. Nessuno dei lavori dice quale spessore minimo di substrato o quale superficie bastino per un certo risultato.

Fonti