Nei comunicati sui progetti di riforestazione il numero che compare è quasi sempre quello delle piantine messe a dimora. Il carbonio però lo accumulano solo quelle che restano vive, e il loro numero cambia molto negli anni dopo l'impianto. La risposta breve sulla sopravvivenza delle piantine viene dalla sintesi più ampia che abbiamo trovato, su 148 siti di ripristino forestale nell'Asia tropicale e subtropicale: in media muore il 18% degli alberi nel primo anno e il 44% fra i cinque e i dieci anni. In un rimboschimento mediterraneo in Spagna, dopo dieci anni era morto l'82,6% delle piantine.

Quante piantine muoiono nei primi dieci anni

Il primo dato viene da una sintesi guidata da Lindsay Banin e pubblicata su Philosophical Transactions of the Royal Society B (online nel novembre 2022, nel fascicolo di gennaio 2023). Il gruppo ha raccolto i dati di 176 siti di ripristino in Asia meridionale e sud-orientale, da articoli scientifici e da dati inediti; 148 di questi, con 207.224 alberi, riportano la sopravvivenza. La mortalità è calcolata come quota di alberi morti su quelli piantati, per ogni combinazione di sito, specie e trattamento.

Il secondo viene da un caso singolo, ma vicino a noi per clima. Antonio del Campo e colleghi hanno seguito per dieci anni un rimboschimento pubblico di 709 ettari a La Muela de Cortes, nella provincia di Valencia, piantato fra l'autunno 2007 e l'inverno 2008 con sette specie, protette da tubi ventilati alti 60 centimetri (in inglese shelter), con idrogel nella buca e pietre attorno alla piantina.

StudioMomento del rilievoMortalità mediaIncertezzaSiti
Banin 2023, Asia tropicale1 anno dall'impianto18,0%14,5-22,2%93
Banin 2023, Asia tropicale2 anni25,8%20,1-32,7%66
Banin 2023, Asia tropicaleda 5 a 10 anni44,0%39,5-48,7%26
Banin 2023, Asia tropicaleoltre 10 anni48,3%37,1-60,8%14
del Campo 2021, Spagnagiugno 2008, dopo la prima stagione vegetativa3,6%± 4,51 progetto, 92 parcelle
del Campo 2021, Spagnanovembre 2008, dopo la prima estate25,9%± 17,61 progetto, 92 parcelle
del Campo 2021, Spagnanovembre 2009, dopo il secondo anno52,6%± 21,51 progetto, 92 parcelle
del Campo 2021, Spagnaluglio 2018, dopo il decimo anno82,6%± 13,31 progetto, 92 parcelle

Per Banin l'incertezza è l'intervallo di confidenza al 95% della media; per del Campo è la deviazione standard, in punti percentuali. Il numero di siti di Banin cala con il tempo perché pochi progetti vengono seguiti a lungo.

Le due serie non vanno sovrapposte: una è la media di molti progetti tropicali, l'altra un solo rimboschimento in zona arida. In Spagna, poi, la mortalità è cambiata molto da specie a specie: oltre il 94% di morti per il pino marittimo e per la quercia Quercus faginea, il 40% per il ginepro fenicio. Del pino d'Aleppo è sopravvissuto il 32%, contro il 40-65% che altri studi riportano dopo 7,5-11 anni; nella parcella sperimentale dello stesso progetto, piantata senza tubo, ne è sopravvissuto il 70%.

Da cosa dipende la sopravvivenza delle piantine

Nella sintesi asiatica il fattore che pesa di più è com'era il luogo prima dell'impianto: un bosco degradato o un'area aperta. Nei boschi degradati arricchiti con nuove piantine la mortalità media al primo anno è stata del 9%, nelle aree aperte e degradate del 25%; fra i cinque e i dieci anni, 31% contro 54%. Al primo anno le piantine messe nelle foreste di torbiera sono morte più di quelle su suolo minerale (28% contro 14%), una differenza che negli anni dopo non si ripete. Nelle aree aperte le piantine più alte al momento dell'impianto sono morte meno, al primo anno; la densità di impianto non ha avuto effetto nei primi due anni. Il clima, l'altitudine, il numero di specie piantate e la densità del legno non sono risultati fattori importanti. Nel complesso, i fattori inclusi nei modelli, stato del luogo compreso, spiegano fra il 2 e il 24% delle differenze di mortalità. Nei primi tre anni la parte più grande della variazione, fra il 25 e il 47%, sta nelle differenze fra un sito e l'altro.

Sulla dimensione delle piantine c'è anche una meta-analisi di Enrique Andivia e colleghi su 86 specie e 142 località di impianto nel mondo, di cui abbiamo letto l'abstract: a parità di specie, le piantine più grandi sopravvivono di più, e l'effetto cambia con l'aridità del sito e con le caratteristiche della specie. Gli autori ne ricavano un'indicazione per i vivai: coltivare piantine grandi, soprattutto per le latifoglie sensibili allo stress piantate in siti umidi e per le specie resistenti piantate in siti secchi.

In Spagna del Campo ha separato le scelte tecniche del progetto (come e quando si pianta, in quale zona va ogni specie) dalle condizioni ambientali. Nei primi due anni le variabili tecniche pesano fra l'11 e il 29% sui risultati dell'impianto; a dieci anni le variabili ambientali, cioè sito e meteo, pesano più del 50%. Fra settembre 2013 e agosto 2014 sono caduti 183 millimetri di pioggia, meno del 40% del valore atteso. Gli autori indicano l'umidità del suolo e il meteo nella stagione di impianto come fattori chiave nel breve periodo.

Anche la distanza fra le piante conta. In tre siti di ripristino in Nuova Zelanda, Sarah Bürli e colleghi hanno seguito 1840 alberi di specie tipiche dei boschi maturi, piantati fra il 2019 e il 2022 insieme ad alberi pionieri: quattro specie su sei hanno avuto una sopravvivenza alta, e nel sito dove è stata provata la distanza fra i pionieri, 2 metri hanno dato una sopravvivenza più alta di distanze minori o maggiori.

Piantine dichiarate e piantine contate

Per chi finanzia o rendiconta un rimboschimento il dato più utile viene dall'Etiopia. Efrem Garedew e colleghi hanno misurato sul campo la sopravvivenza in 60 siti della regione di Oromia, piantati fra il 2011 e il 2015 per il ripristino del paesaggio forestale, con parcelle casuali di 10 metri per 10. Per ogni anno di impianto hanno confrontato quello che avevano contato con quello che risultava dai dati degli uffici. La sopravvivenza osservata è andata dal 51,3 al 67,1%, quella riportata dal 74,9 all'84,5%, con differenze significative in tutti gli anni di impianto tranne il 2015. Nello stesso studio la sopravvivenza cambiava anche con chi gestiva il terreno: 85,1% nelle piantagioni statali, 70,8% in quelle comunali, 42,4% in quelle affidate alle comunità. Gli autori avvertono che per le piantagioni statali mancano i dati del 2011-2013 e presentano il lavoro come una prima valutazione.

Ne ricaviamo una cosa pratica. Il numero di piantine messe a dimora non dice quanta CO2 sequestrerà il progetto, e nemmeno un tasso di sopravvivenza dichiarato senza un rilievo dietro. Per calcolare la CO2 sequestrata da una riforestazione si parte dagli alberi vivi, misurati: diametro, altezza e specie entrano nelle equazioni che stimano la biomassa. Una piantina morta al secondo anno esce dal conto, e se viene sostituita la nuova parte da zero. Per lo stesso motivo il confronto fra ricrescita naturale e piantagione ha senso solo sugli alberi che ci sono davvero. In città il problema ha numeri suoi, che abbiamo raccontato parlando di quanti alberi piantati in strada sopravvivono.

Come si conta chi è sopravvissuto

Il rimboschimento spagnolo è stato seguito con un metodo campionario classico: 92 parcelle circolari di 707 metri quadrati, pari all'1% della superficie piantata, disposte ai vertici di una griglia di 100 metri. Dentro ogni parcella sono state contate tutte le piantine, in media 30 con una deviazione standard di 13; la crescita è stata misurata su 10-12 piante etichettate in 31 parcelle. Il risultato è una stima per l'intero progetto, con un'incertezza che dipende da quante parcelle si fanno e da dove cadono.

Noi facciamo un'altra scelta. Nei progetti di riforestazione con la CO2 misurata albero per albero non stimiamo a campione: facciamo un censimento totale, pianta per pianta. Ogni albero ha un codice Arbotag univoco, permanente e immutabile, e con il codice registriamo coordinate GPS, data di messa a dimora, foto e la storia del diametro a 1,30 metri dal suolo. Diametro, altezza e specie entrano nelle equazioni allometriche dell'Inventario forestale nazionale (INFC); dalla biomassa si ricava il carbonio, che si converte in CO2 equivalente moltiplicando per 3,67, il rapporto fra il peso di una molecola di CO2 e quello del carbonio che contiene.

Cosa questi studi non dicono

La sintesi di Banin parla di foreste tropicali e subtropicali asiatiche, non di boschi italiani. Gli stessi autori elencano i suoi punti deboli: i siti seguiti da vicino per ricerca o pubblicazione hanno probabilmente condizioni più controllate dei grandi progetti; vengono monitorati a lungo soprattutto i siti dove le piante sopravvivono, tanto che il campione oltre i dieci anni è per loro quasi certamente distorto; la letteratura pubblicata tende a favorire i progetti riusciti. Solo 49 siti su 176 hanno un censimento a cinque anni o più, e la durata mediana degli studi è di due anni. Per questo, scrivono, i loro numeri descrivono il potenziale del ripristino meglio di una media realistica.

Il caso spagnolo è un progetto solo, in una zona arida e in un decennio con una siccità forte, e gli autori lo presentano come caso di studio. Lo studio etiope riguarda un contesto molto diverso dal nostro, e in nessuno dei lavori che abbiamo letto c'è un dato medio valido per i rimboschimenti italiani. Il nostro consiglio, se finanzi o rendiconti un progetto forestale, è chiedere quanti alberi sono vivi oggi e come sono stati contati.

Fonti