Un'azienda finanzia un rimboschimento, passano tre anni e qualcuno chiede quanta CO2 hanno sequestrato quegli alberi. Il numero da mettere nel bilancio di sostenibilità nasce da una catena: biomassa degli alberi vivi, radici, carbonio, CO2. Per calcolare la CO2 sequestrata da un progetto di riforestazione si fa la differenza fra il carbonio presente in due momenti, oppure si stima la crescita annua e si tolgono le perdite. Ogni passaggio usa un coefficiente con un suo intervallo, e il risultato dipende soprattutto da quanti alberi sopravvivono e da come si stima il loro peso.

I due metodi dell'IPCC per calcolare la CO2 sequestrata

Le regole di riferimento sono le linee guida del 2006 dell'IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, scritte per gli inventari nazionali dei gas serra. Nel capitolo 2 del volume sull'agricoltura e le foreste ci sono due strade per la biomassa viva, cioè la parte sopra il suolo e quella sotto. La prima è il metodo dei guadagni e delle perdite (equazione 2.7): si stima quanto carbonio aggiunge la crescita in un anno e si sottrae quello perso con tagli, mortalità e disturbi. La seconda è il metodo della differenza fra stock (equazione 2.8): si misura il carbonio della stessa superficie in due momenti e si divide la differenza per gli anni trascorsi.

Alla fine il carbonio diventa CO2 moltiplicandolo per 44/12, il rapporto fra i pesi molecolari, cioè circa 3,67. Il segno meno che compare nelle linee guida serve solo a scrivere l'aumento di carbonio nel bosco come un'emissione negativa, cioè come un assorbimento dall'atmosfera.

Dal diametro alle tonnellate di CO2: i coefficienti che contano

Che si scelga l'uno o l'altro metodo, il carbonio contenuto in un bosco si calcola sempre allo stesso modo. Si parte dalla biomassa epigea, il peso secco di fusto, rami e foglie; la si moltiplica per (1 + R), dove R è il rapporto fra il peso delle radici e quello della parte aerea, e poi per la frazione di carbonio della sostanza secca. Quando non si misurano i singoli alberi, la biomassa epigea si ricava dal volume di legno con un fattore di conversione ed espansione, che l'IPCC chiama BCEF e che trasforma i metri cubi di legno in tonnellate di biomassa. Abbiamo applicato la catena a una tonnellata di biomassa epigea secca di latifoglie, in un bosco temperato con meno di 75 tonnellate di biomassa epigea per ettaro, usando i valori predefiniti dell'IPCC.

PassaggioCoefficienteValore e intervalloDa 1 t di biomassa epigea secca
Biomassa epigea del singolo alberoEquazione allometrica INFC per specie, da diametro e altezzaScarto medio del 14,0% sul singolo albero, dello 0,8% sulla somma del campione1 t
RadiciR, altre latifoglie temperate con meno di 75 t/ha di biomassa epigea0,46 (da 0,12 a 0,93)1,46 t (da 1,12 a 1,93)
CarbonioFrazione di carbonio, zone temperate e boreali0,47 (da 0,47 a 0,49)0,69 t di carbonio
CO2Rapporto 44/123,672,52 t di CO2 (da 1,93 a 3,33 al variare di R)

Fonti: IPCC 2006, volume 4, tabelle 4.3 e 4.4; Tabacchi, Di Cosmo, Gasparini e Morelli (2011), volume INFC, pagina 14, per la fitomassa epigea totale. Le colonne di calcolo sono nostre: l'intervallo finale considera solo la variazione di R, con la frazione di carbonio fissa a 0,47.

La tabella mostra dove sta l'incertezza. Il rapporto fra radici e parte aerea, preso dalla tabella 4.4 del capitolo sulle foreste, da solo sposta il risultato da 1,93 a 3,33 tonnellate di CO2. L'aggiornamento del 2019, il Refinement, ha rifatto quella tabella dividendo i valori per continente e per origine del bosco, naturale o piantato: per le altre latifoglie europee della zona oceanica, cioè quelle diverse da querce ed eucalipti, indica 0,192, per le querce piantate della stessa zona con al massimo 125 t/ha di biomassa epigea 1,400, e per molte righe un'incertezza predefinita del 90% in più o in meno. La frazione di carbonio pesa meno: se al posto di 0,47 si usa 0,5, come fa lo studio di Life Terra citato più avanti, la stessa tonnellata vale 2,68 tonnellate di CO2, circa il 6% in più. Perché un solo coefficiente per il carbonio sia comunque un'approssimazione l'abbiamo spiegato in quanto carbonio c'è davvero in un albero.

Per la biomassa epigea, in Italia il riferimento sono le equazioni dell'Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio (INFC), pubblicate nel 2011 da Tabacchi, Di Cosmo, Gasparini e Morelli in un volume del CRA. Sono costruite su circa 1.300 alberi campione misurati in bosco e trattati in laboratorio, e prendono la forma y = b0 + b1·d²·h, a volte con un termine in più per il diametro, dove d è il diametro a 1,30 metri in centimetri e h l'altezza in metri. Sul singolo albero l'equazione della fitomassa epigea totale sbaglia in media del 14,0%, mentre sulla somma di tutti gli alberi del campione la differenza scende allo 0,8%. Sommando molti alberi gli errori in buona parte si compensano, almeno sul campione con cui le equazioni sono state costruite.

Quanto pesa la scala del progetto

Un'altra fonte di errore è il peso del legno per unità di volume, la densità, che entra nei fattori di conversione. Uno studio francese pubblicato quest'anno su Biogeosciences da Cuny e colleghi ha misurato la densità del legno di 110.763 alberi e l'ha applicata ai punti dell'inventario forestale nazionale. Sostituire i valori calcolati albero per albero con un unico coefficiente medio cambia poco la biomassa epigea della Francia intera, ma nelle 86 sottoregioni le differenze arrivano al 30%, e nei singoli punti di campionamento sono in media del 15%: il 60% dei punti supera il 10% e il 13% supera il 30%. Gli autori raccomandano di tenere conto della specie il più possibile. Un progetto di riforestazione di qualche ettaro sta più vicino al punto di campionamento che alla nazione: un coefficiente medio può dare un totale nazionale giusto e sbagliare di molto su quel bosco.

Quanti alberi restano dopo 40 anni

Il dato che più cambia il conto è il numero di alberi vivi. Palmero-Barrachina e colleghi, su Frontiers in Forests and Global Change nel 2025, hanno stimato il carbonio che i rimboschimenti della fondazione Life Terra accumuleranno nella biomassa viva in 40 anni, in Austria, Francia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Germania e Spagna. Non hanno misurato alberi in campo, ma combinato tavole di crescita, inventari forestali ed equazioni allometriche. Per le piantagioni da legno hanno ricavato quanti alberi restano dopo 40 anni rispetto a quelli piantati, contando insieme la mortalità e i diradamenti previsti dalla gestione.

Regione biogeografica e tipoAlberi per ettaro all'impiantoAlberi per ettaro a 40 anniSopravvivenza
Mediterranea, latifoglie1.98357429,0%
Mediterranea, conifere1.86980743,2%
Continentale, latifoglie5.3211.47927,3%
Alpina, conifere4.0492.05149,7%
Atlantica, conifere7.7021.68522,0%

Fonte: Palmero-Barrachina e altri (2025), tabella 2, piantagioni da legno. I valori vengono da modelli costruiti sulle tavole di crescita, non da conteggi in campo.

Con questi alberi la biomassa viva a 40 anni, radici comprese, va da 54,7 a 232,6 tonnellate di sostanza secca per ettaro a seconda del paese e del tipo di bosco. In Spagna gli autori stimano 147,2 t/ha per le conifere e 75,2 t/ha per le latifoglie, ma queste ultime si basano sul solo leccio e gli autori segnalano che le tavole di crescita disponibili erano insufficienti. Per la regione mediterranea l'IPCC non ha valori predefiniti con cui confrontare i risultati. La lezione per un'azienda è semplice: un calcolo che moltiplica gli alberi piantati per la crescita di un albero adulto conta anche le piante che non ci saranno più. Anche in città la sopravvivenza dei giovani alberi piantati lungo le strade cambia molto da un luogo all'altro.

Crescita misurata o valori predefiniti dell'IPCC

Quando non ci sono misure, molti calcoli usano i tassi di crescita predefiniti dell'IPCC. Robinson e colleghi, su Nature Climate Change nel 2025, li hanno messi a confronto con curve di crescita costruite su 109.708 stime di campo del carbonio sopra il suolo nei boschi che ricrescono da soli, cioè senza impianto. I tassi di accumulo del loro modello sono più bassi del 26% rispetto ai valori dell'IPCC nei boschi fino a 20 anni e più alti del 18% fra 21 e 100 anni, e i valori predefiniti non colgono differenze da 1,2 a 15,8 volte dentro la stessa zona climatica. Nel bioma mediterraneo il tasso massimo medio di accumulo è il più basso fra i grandi biomi del pianeta: 0,40 ± 0,33 tonnellate di carbonio per ettaro all'anno, raggiunto in media a 48 ± 19 anni. Moltiplicato per 3,67 fa circa 1,5 tonnellate di CO2 per ettaro all'anno, nel momento di massima crescita e solo per la parte sopra il suolo.

Cosa chiede l'ESRS E1 a chi rendiconta la CO2 sequestrata

Per le aziende soggette alla direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD), il principio sul clima ESRS E1, nella versione modificata dal regolamento delegato (UE) 2026/1563 del 3 luglio 2026, chiama questi valori "assorbimenti di gas a effetto serra". Al punto 33 chiede, per i progetti di assorbimento e stoccaggio sviluppati nelle operazioni proprie o a cui l'impresa ha contribuito nella catena del valore, una breve descrizione, la quantità assorbita da ciascun progetto, come si gestisce il rischio di non permanenza e le eventuali inversioni avvenute nel periodo di riferimento, in tonnellate di CO2 equivalente. I requisiti applicativi chiedono di usare metodi di contabilizzazione condivisi, come il regolamento (UE) 2024/3012 sugli assorbimenti di carbonio, e di non contare gli assorbimenti già ceduti a terzi come crediti di carbonio. Dei problemi dei crediti forestali abbiamo scritto in crediti di carbonio forestali: valgono quanto promettono?

Come lo calcoliamo noi

Per i nostri progetti di riforestazione con la CO2 misurata albero per albero partiamo dal censimento totale: misuriamo tutti gli alberi, senza campionamento statistico, e ogni albero ha un identificativo fisico permanente, l'Arbotag. Per ciascuno registriamo specie, diametro a 1,30 metri dal suolo e altezza totale, e li trasformiamo in biomassa con le equazioni allometriche INFC specifiche per specie. Dalla biomassa isoliamo la frazione di carbonio e la convertiamo in CO2 equivalente con il rapporto stechiometrico 3,67. Così gli alberi morti escono dal conto da soli, perché non vengono più misurati, e il risultato è la differenza fra due inventari completi: il secondo dei due metodi dell'IPCC, applicato albero per albero.

Cosa questi studi non dicono

Lo studio di Life Terra è fatto solo di modelli: non ci sono misure in campo né intervalli di confidenza, riguarda piantagioni da legno e la sopravvivenza dipende da siccità, insetti e incendi che le tavole di crescita non prevedono; per altri tipi di impianto gli autori assumono, per prudenza, una sopravvivenza del 50% a 40 anni e chiedono verifiche sul campo. Le curve di Robinson riguardano la ricrescita naturale e non gli impianti, contano solo il carbonio sopra il suolo, usano il clima del passato e, secondo gli autori, per i singoli progetti servono analisi locali. Le equazioni INFC risalgono al 2011 e ogni equazione vale nell'intervallo di diametri e altezze degli alberi campione indicato nel volume: per alberi appena piantati, più piccoli, va controllato che quell'intervallo li comprenda. Nessuna di queste fonti tratta il carbonio del suolo e del legno morto, che l'IPCC conta in voci separate.

Fonti