Chi compra un credito di carbonio legato alla tutela di una foresta tropicale paga per alberi che non sono stati tagliati. Più precisamente, paga per alberi che, secondo un calcolo, sarebbero stati tagliati se il progetto non ci fosse stato. Tutto il valore del credito sta in quel "sarebbero": un taglio che non è mai avvenuto e che nessuno può andare a vedere.

Uno studio uscito ad aprile 2026 su Nature Communications ha rifatto quel calcolo per 44 progetti REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation, cioè riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste). Ne esce che la maggior parte dei progetti ha rallentato la deforestazione, ma hanno dichiarato molta più foresta salvata di quella che si riesce a dimostrare.

Sei valutazioni indipendenti contro i numeri certificati

Il lavoro, firmato da Tom Swinfield, Andrew Balmford e colleghi, in buona parte dell'Università di Cambridge, mette insieme cinque valutazioni indipendenti già pubblicate o in revisione e una sesta fatta dagli autori con il loro metodo, chiamato PACT, e le confronta con i numeri certificati dai progetti stessi, presi dai documenti di Verra, l'ente che certifica i crediti di questi progetti, fra aprile e giugno 2023. I 44 progetti sono il 45% di quelli che emettevano crediti entro il 2020: un campione ampio di progetti di prima generazione nelle foreste tropicali.

Le valutazioni indipendenti usano metodi quasi sperimentali. Invece di prevedere in anticipo quanta foresta sarebbe sparita, cercano aree di controllo il più possibile simili al progetto (per quota, facilità di accesso, copertura forestale e deforestazione degli anni precedenti) e misurano a posteriori, sugli stessi anni, quanto bosco si è perso dentro e fuori. La differenza è la deforestazione evitata davvero.

Cosa hanno misuratoRisultato
Progetti che hanno ridotto la deforestazione rispetto ai controlli36 su 44
Progetti con una riduzione statisticamente significativa12, il 29% dei 42 con intervallo calcolabile
Progetti con sovrastima statisticamente significativa32, il 76% dei 42
Sovrastima del progetto tipico (certificato diviso stima indipendente)4,1 volte (intervallo di confidenza al 95%: 2,7-7,0)
Sovrastima sul totale dei crediti esaminati10,7 volte (intervallo di confidenza al 95%: 5,4-26,5)
Sovrastima togliendo i 9 progetti che hanno emesso più crediticirca 4 volte
Progetti che hanno evitato più deforestazione di quella dichiarata3 (due in Madagascar, uno in Perù)

In pratica il progetto tipico ha evitato circa un quarto della deforestazione che ha certificato, e sul complesso dei crediti esaminati un credito vale in media circa un undicesimo di quello che dichiara. La differenza fra le due cifre dipende da pochi progetti molto grandi, che hanno emesso tantissimi crediti con stime molto gonfiate e pesano sul totale. Questo non vuol dire che fossero progetti inutili: secondo lo studio la maggior parte ha davvero rallentato la deforestazione.

Le mappe satellitari globali spiegano la differenza?

Una difesa ricorrente del settore era che le valutazioni indipendenti usano mappe satellitari globali, meno precise di quelle costruite su misura per ogni progetto, e quindi vedono meno deforestazione nelle aree di controllo. Lo studio l'ha verificata sui 36 progetti che pubblicavano i propri dati, usando la mappa dei cambiamenti delle foreste tropicali umide prodotta dall'Unione europea. Dentro le aree di progetto la mappa globale ha trovato più deforestazione: un valore mediano dello 0,26% della superficie forestale all'anno, contro lo 0,17% dichiarato dai progetti. Con una definizione di foresta più larga, che include i boschi già degradati, i tassi misurati scendono e diventano simili a quelli dichiarati dai progetti, senza differenze significative. La risposta dello studio è no: la mappa globale non vede meno deforestazione di quelle su misura.

Il problema sta nelle aree di riferimento

Per calcolare quanta foresta sarebbe sparita, i progetti di prima generazione sceglievano un'area di riferimento, ne misuravano la deforestazione passata e da lì costruivano un modello che prevedeva il futuro. Le metodologie Verra davano molta libertà: nella VM0009, per esempio, non c'era nessun requisito di somiglianza fra area di riferimento e progetto.

Sui 17 progetti che hanno pubblicato la mappa dell'area di riferimento, queste aree risultano sistematicamente più esposte al taglio: più facili da raggiungere e già meno boscose all'inizio. Nell'82% dei casi l'area di riferimento comprendeva punti più accessibili del punto più accessibile del progetto. Un esempio dal Perù: il progetto 958 aveva l'area di riferimento appena fuori dal confine, ma dall'area di riferimento servivano in media 13,8 ore per arrivare al più vicino centro abitato con un presidio sanitario, contro le 25,5 dal progetto, e all'inizio dei rispettivi periodi di misura la copertura forestale era del 78% contro il 95%. Una foresta più lontana dalle strade si taglia di meno anche senza nessun progetto, e confrontarla con una più vicina fa sembrare merito del progetto quello che è merito della distanza.

17 progetti con dati completiDeforestazione evitata, valore mediano
Dichiarata nei documenti di certificazione0,95% della foresta all'anno
Stimata con i controlli quasi sperimentali0,18% della foresta all'anno
Ricalcolata con i tassi certificati dentro i progetti e, al posto dei controlli, le aree di riferimento scelte dai progetti0,64% della foresta all'anno

Sostituendo un ingrediente alla volta, gli autori stimano che la scelta delle aree di riferimento spieghi probabilmente il 57% della sovrastima. Le mappe usate dentro i progetti pesano circa il 2%; il grosso della parte restante lo attribuiscono ai modelli usati per prevedere in anticipo la deforestazione, riconoscendo che questa ripartizione è molto incerta. C'è anche un indizio sulla libertà di scelta: in quattro progetti un'altra metodologia approvata, la VM0006, se applicata, avrebbe dato stime non diverse da quelle indipendenti. Secondo gli autori, quindi, fra le metodologie approvate c'erano già strade per stime più credibili. Chi sviluppa i progetti e chi li certifica, ricordano gli autori, guadagnano entrambi di più se i crediti sono di più.

Cosa cambia per le aziende che comprano crediti

Le metodologie di prima generazione vengono sostituite da quelle giurisdizionali, come la VM0048 di Verra e lo standard ART TREES, che calcolano lo scenario senza progetto sulla deforestazione media di un'intera regione in un periodo di 5 o 6 anni e affidano il calcolo a soggetti senza interesse economico nel numero di crediti. Secondo lo studio così sparisce una delle principali fonti di distorsione, le aree di riferimento scelte dai progetti. Restano però previsioni fatte in anticipo, e nelle giurisdizioni senza progetto la deforestazione misurata dopo si è discostata fino al 100% da quella prevista. La proposta degli autori è emettere i crediti solo a posteriori, confrontando il progetto con controlli credibili, sapendo che i crediti emessi sarebbero molti meno e che i prezzi dovrebbero salire.

Per le aziende c'è anche una regola già in vigore. La direttiva europea 2024/825 sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde vieta le asserzioni che attribuiscono a un prodotto un impatto neutro, ridotto o positivo sulle emissioni sulla base della compensazione con crediti acquistati fuori dalla sua catena del valore: formule come "neutrale dal punto di vista climatico" o "compensazione climatica". Dal 27 settembre 2026 gli Stati membri devono applicare le nuove regole. La direttiva non vieta di finanziare progetti di crediti di carbonio né di dirlo, purché lo si racconti in modo corretto. Alla luce di questo studio, a nostro avviso, chi ha in portafoglio crediti REDD+ di prima generazione farebbe bene a raccontarli come un contributo alla tutela di una foresta, non come tonnellate tolte dal proprio bilancio.

Silva: alberi contati uno per uno

Con Silva facciamo una cosa diversa dalla tutela di una foresta minacciata: misuriamo alberi che esistono. Il censimento è totale, non a campione, e ogni albero ha un identificativo fisico; la biomassa si calcola con le equazioni allometriche dell'inventario forestale italiano (INFC), formule che ricavano il peso secco dell'albero dal diametro misurato a petto d'uomo e dall'altezza. Dalla biomassa si isola la frazione di carbonio, che diventa CO2 con il rapporto stechiometrico di 3,67. Il dato viene da un rilievo dendrometrico, cioè dalla misura diretta degli alberi, che chiunque può ripetere, senza bisogno di immaginare uno scenario senza progetto.

Cosa lo studio non dice

Il punto debole di tutti i metodi, ammettono gli autori, è che lo scenario senza progetto resta inosservabile: anche i controlli quasi sperimentali sono una stima, per quanto più solida. Funzionano se tengono conto di tutto ciò che decide dove si taglia. Il valore economico della terra, per esempio, è approssimato con il tempo di viaggio fino a un centro sanitario nel 2019, mentre la maggior parte dei progetti è nata prima. Un'altra analisi citata nello studio calcola che fattori nascosti dovrebbero pesare molte volte più dei più importanti fra quelli osservati per cancellare la sovrastima. Resta poi la possibilità che un progetto sposti il taglio nelle zone vicine, il cosiddetto leakage di cui avevamo parlato a proposito della riforestazione in Africa, e che questo falsi i controlli.

Lo studio misura ettari di deforestazione evitata, non tonnellate di carbonio: per arrivare a quelle serve un calcolo ulteriore. Riguarda solo progetti di prima generazione. Infine, alcuni autori hanno fondato Canopy PACT o ne fanno parte del consiglio, un'iniziativa per portare questi metodi nei mercati dei crediti, e lo dichiarano nell'articolo.

Fonti