C’era una volta… Rihanna, Greta Thunberg e una protesta censurata

8 Mar 2021 | Attivismo, News

Capitolo di una storia riscritta dalle donne (un tweet alla volta).

Tutto cambia, tutto passa, tutto scorre
πάντα ῥεῖ direbbe Eraclito
Finché la barca va canterebbe Orietta Berti (anche se non c’entra molto, ma vuoi non mettere una citazione a Sanremo ora che è appena finito)

La verità è che l’unica certezza che abbiamo è il cambiamento – che è un po’ come dire che l’unica certezza è l’incertezza – e se questo può spaventare, dà anche speranza. Speranza che cambieranno alcuni aspetti a cui ci siamo abituati, come la storia, o meglio: il modo in cui viene raccontata.

Ripensiamo a tutti quei libri che ci hanno accompagnato durante gli studi: raccolte di uomini che tramandano storie di uomini, imprese di uomini, vite di uomini. Dove le donne appaiono per lo più come madri, mogli, figlie da far sposare.

Se tutto è in continuo divenire, significa che ci aspettano nuove pagine da scrivere,

in cui la storia sarà fatta da donne e raccontata da donne.

Vorrei provare ad immaginare come potrebbe essere uno di questi capitoli: parlerebbe di Disha Ravi, Greta Thunberg, Rihanna e una delle più grandi (e censurate) proteste di agricoltori in India. Una storia che solo per questo inizio potrebbe sembrare un’avventura degna di un libro fantasy e che è la storia (reale) che ci meriteremmo di studiare a scuola.

Tre donne molto lontane, sia geograficamente (India, Svezia, Barbados) sia per le diverse esperienze di vita, tutte accomunate dal semplice fatto che hanno una voce e che non hanno paura di usarla.

A costo di essere criticate o persino incarcerate.

Ma andiamo con ordine.
Lo scorso autunno, il primo ministro indiano Narendra Modi ha approvato una riforma agraria senza consultare le parti in causa (gli agricoltori), proprio in un Paese costituito per il 70% da famiglie di contadini.
Nuove leggi per modernizzare il sistema agricolo e abolire il sistema tradizionale dei mercati mandi, che permette agli agricoltori di vendere direttamente i propri prodotti a punti di raccolta statali presenti nei centri rurali, confrontandosi con il governo locale per il pagamento di eventuali dazi e tasse. Una liberalizzazione che avrebbe il pregio di sottrarre potere agli stati locali ma che fa preoccupare i contadini, che si ritroverebbero a non avere più un referente diretto e sicuro per la vendita dei loro prodotti.

A dicembre 2020, dopo mesi di scioperi e proteste, più di 300.000 agricoltori hanno marciato su Delhi dal Pujjab e Haryana, arrivando a piedi o su trattori, accampandosi e mettendo da parte la paura del coronavirus.

Una rivolta di massa, sostenuta da 250 milioni di adesioni, con migliaia di contadini in marcia. Passata quasi sotto silenzio.

Come? Tramite la censura e il blocco di internet e dei social media per ragioni di “sicurezza nazionale”: non una novità per l’India, che negli ultimi 5 anni ha tolto l’accesso a internet oltre 400 volte, di cui 121 solo nel 2019. Un modo per garantire al governo di Modi il controllo sulla narrazione, almeno in teoria.
Perché è bastato un semplice tweet per puntare i riflettori su quello che stava accadendo.
«perché non ne stiamo parlando?!» ha scritto Rihanna, condividendo un articolo rilanciato subito anche da Greta thunberg.

Un tweet che ha avuto l’effetto di portare il governo indiano ad emettere un comunicato per dissuadere dal fidarsi di personaggi famosi e ad evitare sensazionalismi sui social network.

Un tweet che ha fatto infuriare lo United Hindu Front, un movimento nazionalista filo-caste, che ha dato fuoco ai ritratti di Rihanna e Greta.

Un tweet che ha inasprito le indagini della polizia indiana per risalire agli autori di un toolkit informativo sulle rivolte degli agricoltori e che ha infine portato, lo scorso 13 febbraio, all’arresto di Disha Ravi, giovane attivista di 22 anni, laureata in Economia e gestione aziendale al Mount Carmel College di Bangalore e cofondatrice della campagna Fridays for Future in India.

Ravi, definita dalla polizia una “cospiratrice chiave”, dopo 12 giorni di arresto è stata scarcerata su cauzione per insufficienza di prove.
E viene da chiedere se sarebbe andata allo stesso modo, senza l’attenzione mediatica di Rihanna, di Greta e di molte altre persone.

Senza quei “semplici tweet” che forse, un giorno, faranno parte della nostra storia.

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