Una palude di mezzo ettaro, su una mappa europea, di solito non c'è. CORINE Land Cover, la cartografia europea dell'uso del suolo, ha un'unità minima di 25 ettari: quello che sta sotto non viene registrato.
Un gruppo di ricerca guidato dall'Università di Copenaghen ha rifatto la mappa delle zone umide europee con una risoluzione di 10 metri. Lo studio, pubblicato su Nature il 15 luglio 2026 ad accesso aperto, mostra che le zone umide piccole sono molte di più di quanto si vedesse, e che una parte consistente è già alterata dalle attività umane.
Come è stata fatta la mappa
Gli autori, con Gyula Mate Kovács come primo firmatario e Rasmus Fensholt come ultimo, hanno combinato le immagini ottiche di Sentinel-2 e quelle radar di Sentinel-1, entrambe a 10 metri, con le bande termiche di Landsat-8. Il periodo osservato va dal 2017 al 2019 e la mappa si riferisce al 2018. Copre 38 Paesi, quelli dell'area dell'Agenzia europea dell'ambiente, e distingue sei tipi di zona umida.
Il modello di machine learning è stato addestrato su 101.000 punti già classificati da CORINE e verificato su 10.975 punti controllati a vista sulle immagini. L'accuratezza dichiarata è del 96,6%. Nel gruppo ci sono ricercatori del GFZ di Potsdam, dell'Università di Amburgo, del Greifswald Mire Centre e della stessa Agenzia europea dell'ambiente.
Un terzo delle zone umide sta in frammenti piccoli
Secondo la nuova mappa, le zone umide coprono 413.504 chilometri quadrati, il 6,8% del territorio considerato. I risultati principali:
- tra il 27 e il 33% della superficie sta in aree più piccole di 25 ettari, e tra il 7 e l'11% in aree sotto l'ettaro;
- le paludi interne sono le più frammentate: il 48,8% della loro superficie è in pezzi sotto i 25 ettari;
- le attività umane interessano il 20,4% delle zone umide, con un margine di 3,4 punti, e le zone umide interne sono le più colpite;
- rispetto a una condizione non disturbata, il carbonio perso dai suoli potrebbe arrivare a 5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente.
Le torbiere, da sole, occupano 129.325 chilometri quadrati e custodiscono più della metà del carbonio stimato nei suoli delle zone umide mappate. Su scala globale, ricorda il commento di Andrew Mitchinson uscito su Nature pochi giorni dopo, le zone umide coprono tra il 5 e l'8% delle terre emerse ma trattengono tra il 20 e il 30% del carbonio dei suoli.
Il dato sui frammenti ha una conseguenza pratica: se una zona umida non compare sulla mappa, non entra nei conteggi di quanto c'è da proteggere o da ripristinare.
Cosa chiede la legge europea sul ripristino della natura
Il Regolamento (UE) 2024/1991 è in vigore dal 18 agosto 2024. Secondo la sintesi dell'IUCN, per gli habitat elencati nell'Allegato I, zone umide comprese, l'articolo 4 chiede di riportare in buone condizioni almeno il 30% di quelli che non lo sono entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050. Fino al 2030 hanno la precedenza i siti Natura 2000.
Per le torbiere drenate usate in agricoltura, l'articolo 11 fissa obiettivi a parte: il 30% ripristinato entro il 2030, almeno un quarto del quale riallagato, poi il 40% entro il 2040 e il 50% entro il 2050, con deroghe previste. Ogni Stato membro doveva presentare il proprio piano nazionale di ripristino entro il 1 settembre 2026. La Commissione ha sei mesi per valutarlo.
Lo studio su Nature applica questi obiettivi alla nuova mappa: nei 38 Paesi andrebbero ripristinati 2,66 milioni di ettari di zone umide entro il 2030. Gli autori notano che gli impegni di alcuni Paesi sono in linea con questa stima, mentre altri non hanno impegni quantificati. Regno Unito, Norvegia e Turchia sono nella mappa ma non sono vincolati dalle regole europee.
E l'Italia?
Nel testo principale dello studio l'Italia compare una volta sola, in una didascalia, come esempio di saline. Per capire la situazione italiana bisogna guardare altrove, e i dati disponibili sono meno recenti di quanto servirebbe.
Le zone umide italiane di importanza internazionale, riconosciute dalla Convenzione di Ramsar, sono 63, in 15 regioni, per 81.091 ettari, secondo l'elenco del Ministero dell'Ambiente aggiornato a luglio 2026. Sono però solo una parte. L'inventario pubblicato dall'ISPRA nel 2011 ne contava 1.515, e la superficie era nota solo per le regioni che avevano mandato i dati: Puglia e Marche mancavano.
La nuova mappa europea è scaricabile liberamente, con il dataset e il codice pubblicati dagli autori, e si può consultare in un visualizzatore online. Per chi lavora sul territorio italiano è oggi uno dei pochi strumenti che mostra anche le zone umide sotto i 25 ettari.
Perché riguarda anche le aziende
Un'azienda con uno stabilimento, un magazzino o un terreno agricolo vicino a una zona umida può usare il visualizzatore per controllare cosa c'è intorno ai propri siti, anche se si tratta di aree piccole che non comparivano nelle mappe precedenti.
È un'informazione che serve anche per la rendicontazione. Lo standard GRI 101 sulla biodiversità, per esempio, chiede di indicare se ogni sito si trova dentro o vicino a un'area ecologicamente sensibile, con la distanza: ne abbiamo parlato nell'articolo su cosa chiede GRI 101 alle aziende.
Il satellite non basta
Gli stessi autori indicano i limiti della mappa. La validazione è stata fatta interpretando le immagini, non con rilievi sul campo. Nel Mediterraneo la classe delle brughiere si confonde con la macchia secca, e nelle saline le fioriture di alghe possono generare falsi positivi. Per le piane di marea chiedono espressamente misure mirate in loco. Kovács lo scrive in modo diretto sul blog di Springer Nature: "una mappa è una previsione, e le previsioni contengono errori".
Una mappa dice dove si trova una zona umida e quanto è estesa. Per sapere se sta bene servono dati raccolti sul posto. Il censimento internazionale degli uccelli acquatici coordinato da Wetlands International, attivo in 143 Paesi, si basa proprio su questo: la presenza degli uccelli acquatici, il loro numero e l'andamento nel tempo dicono molto sulla salute di una zona umida.
Il monitoraggio sul campo è anche quello che facciamo con Bird House per le aziende, che segue la fauna con sensori IoT e fototrappole. Satellite e osservazione diretta rispondono a due domande diverse, e per un piano di ripristino servono entrambe.
Fonti
- Kovács G. M. et al., Highly fragmented European wetlands with uneven restoration needs, Nature, 2026
- Mitchinson A., Detailed maps of European wetlands reveal overlooked patches of ecosystems, Nature, 2026
- Kovács G. M., Bringing Europe's wetlands into focus, Springer Nature Research Communities, 2026
- Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura, 2024
- IUCN, Briefing on the EU Nature Restoration Regulation, 2024
- Commissione europea, Nature Restoration Regulation
- Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Elenco delle zone umide, 2026
- ISPRA, Rapporto 153/2011, inventario delle zone umide, 2011
- Wetlands International, International Waterbird Census
- Foto di copertina: Bob Brewer, Unsplash