Chi passeggia su una spiaggia del Mediterraneo d'inverno trova spesso cumuli di nastri marroni e palline di fibra arrotolate dalle onde. Sono i resti della posidonia, una pianta con radici, foglie e fiori che vive sott'acqua e forma praterie sul fondale. Il grosso del carbonio sta sotto, nel sedimento che la prateria trattiene e accumula.

Il carbonio immagazzinato dagli ecosistemi costieri con vegetazione, praterie marine comprese, si chiama carbonio blu. Diversi paesi hanno inserito questi ecosistemi nei propri impegni sul clima, e crescono i progetti che ne ricavano crediti di carbonio. Le praterie marine, fra questi, hanno avuto meno attenzione e meno progetti, e gli autori dello studio di cui parliamo lo collegano alla grande incertezza sul loro carbonio. Per farle entrare in un conto serve un numero: quante tonnellate di carbonio ci sono sotto un ettaro di prateria.

Perché le prime stime sul carbonio delle praterie erano troppo alte

Un gruppo internazionale guidato da Johannes Krause, della Florida International University, ha raccolto le misure pubblicate e inedite di tutto il mondo e le ha rimesse insieme in uno studio uscito su Nature Communications a maggio 2025. Il database contiene 2.771 carote di sedimento, cioè cilindri di fondale estratti con un tubo, provenienti da 415 articoli e 24 serie di dati mai pubblicate. Di queste, 2.171 sono abbastanza lunghe da entrare nella stima; gli altri 600 campioni non arrivavano a 5 centimetri.

La loro stima migliore per i primi 30 centimetri di sedimento è una mediana di 24,2 tonnellate di carbonio organico per ettaro: metà delle carote ne contiene di più, metà di meno, e la metà centrale sta fra 12,4 e 44,9. È di poco sopra, del 5%, la stima del 2022 di Kennedy e colleghi, ma il 27% sotto la prima stima globale, pubblicata nel 2012 da James Fourqurean, che compare anche fra gli autori del nuovo lavoro, e su cui si basa il valore predefinito che l'IPCC, il gruppo di esperti sul clima delle Nazioni Unite, suggerisce ai paesi senza dati propri.

La spiegazione sta in un grafico dello studio, che ricalcola media e mediana man mano che uscivano nuovi dati: ogni anno, dal 2012 in poi, le nuove misure le hanno abbassate. I primi dati, scrivono gli autori, erano sbilanciati verso le praterie più ricche di carbonio. Dal 2019 media e mediana si sono stabilizzate, segno che le misure oggi disponibili bastano per una stima globale più solida.

StimaSpessore di sedimentoCarbonio organico (t/ha)Carote
Fourqurean e colleghi, 201230 cm33,2 (23,1-45,6)183
Kennedy e colleghi, 202230 cm23,1576
Krause e colleghi, 202530 cm24,2 (12,4-44,9)2.171
IPCC, valore predefinito1 m108 (84-139)89
Fourqurean e colleghi, 20121 m139,7219
Krause e colleghi, 20251 m77,6 (41,9-139,7)1.625

Valori mediani; fra parentesi l'intervallo in cui cade la metà centrale delle carote. Per l'IPCC il valore è una media geometrica con l'intervallo di confidenza al 95%. Dati dalla tabella 1 dello studio di Krause e colleghi, che comprende anche le carote più corte per cui il valore è stato stimato.

Se si guarda il primo metro di sedimento, la distanza è ancora più netta: la nuova mediana è il 28% sotto il valore dell'IPCC e il 44% sotto la stima del 2012. Per passare dal carbonio alla CO2 si moltiplica per 3,67, il rapporto fra il peso della CO2 e quello del carbonio che contiene, come fanno anche gli autori: 24,2 tonnellate di carbonio diventano circa 89 tonnellate di CO2 per ettaro nei primi 30 centimetri. È un valore tipico: una singola prateria può averne molto di più o molto di meno.

Come si misura il carbonio sotto una prateria

Il metodo, in sé, è semplice. Si spinge un tubo nel fondale, si estrae la carota e la si taglia a fette. Per ogni fetta si misurano due cose: la percentuale di carbonio organico e la densità del sedimento secco, cioè quanti grammi di materiale stanno in un centimetro cubo. Moltiplicando le due e sommando le fette si ottiene il carbonio contenuto fino a una certa profondità.

Le difficoltà sono altrove. Le carote che arrivano a un metro sono poche, 227 su 2.171 nel database, perché sott'acqua è complicato estrarle e in molti punti il sedimento non è nemmeno così profondo. Una pratica diffusa è misurare i primi centimetri e allungare il risultato fino al metro con una proporzione. Analizzando le carote lunghe, gli autori trovano che così si sovrastima, soprattutto nei sedimenti più ricchi di carbonio, e mettono in guardia dal dare per scontato che sotto ogni prateria ci sia un metro di sedimento. Per questo scelgono come riferimento i primi 30 centimetri, che sono anche lo strato più esposto quando la prateria viene distrutta: le reti a strascico, per esempio, rimescolano il fondale fino a 10-30 centimetri secondo i lavori citati nello studio.

Per le 1.149 carote fra 5 e 29 centimetri il carbonio a 30 centimetri non è misurato ma stimato, con una formula ricavata dalle carote che a 30 centimetri ci arrivano. Contando solo le 1.022 carote misurate davvero fino a 30 centimetri, la mediana sale a 27,5 tonnellate per ettaro e la media a 41,1, tirata in alto da valori molto grandi che vengono per lo più dalle praterie di posidonia del Mediterraneo.

Posidonia e Mediterraneo: perché un numero globale non basta

Le differenze fra un posto e l'altro sono enormi. Le praterie con più carbonio nel sedimento sono quelle di specie grandi e persistenti, che restano nello stesso punto per anni e sviluppano molte radici e rizomi, i fusti che corrono sotto il fondale: Posidonia, Thalassia, Syringodium. Sono anche quelle in cui i valori variano di più. Le specie piccole e passeggere, come quelle del genere Halophila, hanno in genere molto meno carbonio, anche se, insieme a quelle del genere Ruppia, in qualche caso superano le 100 tonnellate per ettaro nei primi 30 centimetri; fra le ipotesi degli autori, che crescano su sedimenti accumulati prima da altre piante.

Conta anche la forma della costa: i valori più alti si trovano nei piccoli delta, nelle coste carsiche e in quelle senza fiumi che sfociano, e fra questi ambienti ci sono le praterie di posidonia del Mediterraneo. Gli autori ne traggono una conseguenza diretta: usare dati presi da praterie dense e persistenti per stimare il carbonio di praterie di specie piccole porta a sovrastimare, e le stime costruite solo su mappe che dicono dove la prateria c'è, con dati presi da praterie dense, rischiano di gonfiare il totale.

Anche così, il modello statistico dello studio, che tiene conto di specie, regione, tipo di costa e studio di provenienza di ogni carota, spiega solo il 39% della variabilità. La variabile che predice meglio il carbonio è proprio lo studio di provenienza, cioè, secondo gli autori, il modo in cui è stato condotto lo studio o le particolarità del sito. Le migliori stime, concludono, saranno locali o regionali.

E sul Mediterraneo i dati sul carbonio dei fondali, in generale, sono pochi. Una raccolta di misure sul carbonio nei sedimenti dei mari europei, il database EURO-CARBON pubblicato su Data in Brief nel 2025, nota che Mediterraneo e Mar Nero sono campionati meno del Mare del Nord, del Baltico e delle coste norvegesi.

Cosa cambia per i crediti di carbonio blu

Per chi costruisce un progetto di carbonio blu, o compra i crediti che ne derivano, il punto pratico è uno: un valore medio globale serve dove mancano misure locali, e se è troppo alto gonfia tutto quello che ci si costruisce sopra. Lo studio rivede proprio quel valore predefinito e fornisce le relazioni con specie, regione e tipo di costa che permettono di affinarlo. Abbiamo visto un problema simile con i crediti REDD+ sulle foreste, dove la stima di riferimento decide quanti crediti nascono.

C'è poi un rischio di doppio conteggio che gli autori segnalano. Spesso il carbonio del sedimento si misura senza togliere radici e rizomi, che però vengono contati anche come biomassa sotto il fondale. La pianta viva, del resto, pesa poco nel totale: fra foglie, radici e rizomi la media è di circa 2 tonnellate di carbonio per ettaro, la mediana di 0,6.

Lo studio stima anche cosa succederebbe se non si proteggessero le praterie più a rischio di declino: fino al 2050 si potrebbero liberare 1.154 milioni di tonnellate di CO2, con un intervallo fra 665 e 1.699 che dipende soprattutto da quanta superficie di praterie esista davvero nel mondo. Il conto si ferma ai primi 30 centimetri, assume che si perda il 53% del carbonio del sedimento dopo la distruzione della prateria, e non include il carbonio che la prateria avrebbe continuato a sequestrare.

Le stime medie e il nostro modo di contare

Con gli alberi il problema è lo stesso, solo più facile da risolvere, perché un albero si può raggiungere e misurare uno per uno. Nella riserva di Silva, in Abruzzo, non facciamo stime a campione: censiamo l'intera riserva, pianta per pianta, e ogni albero ha un codice Arbotag univoco. Dalle misure di ciascun albero ricaviamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'Inventario forestale nazionale (INFC), specifiche per specie, e il carbonio lo convertiamo in CO2 con lo stesso rapporto di 3,67 usato nello studio.

Cosa lo studio sulle praterie marine non dice

Gli autori sono espliciti su alcuni limiti. Il carbonio che si stacca dal fondale quando una prateria scompare non diventa tutto CO2 nell'atmosfera: una parte resta in acqua, una parte si deposita altrove, e non ci sono abbastanza dati per sapere quanto. La superficie mondiale delle praterie è incerta, fra circa 267.000 e 600.000 chilometri quadrati secondo le due stime usate, e da qui viene buona parte dell'ampiezza dell'intervallo sulle emissioni. Le differenze fra specie non sono entrate nel calcolo delle emissioni, perché le mappe globali non distinguono i tipi di prateria.

Il database poi non è uniforme: le misure si concentrano in Australia, Stati Uniti, Danimarca, Regno Unito e Singapore, mentre alcune regioni con valori alti, come il Pacifico orientale tropicale e l'Africa meridionale temperata, sono ancora poco campionate. E lo studio parla del carbonio immagazzinato, non di quanto una prateria ne sequestri ogni anno: su quel dato, scrivono, l'incertezza è ancora più grande.

Fonti