Se in questi giorni ti capita di passare accanto a un ceppo appena tagliato, conta gli anelli. Ognuno è un anno, e la sua larghezza dice quanto legno l'albero è riuscito a fare in quella stagione. Un anello stretto può voler dire un'estate secca, uno largo un anno buono.

Con il riscaldamento, gli alberi delle nostre latitudini ripartono prima in primavera, e da qui nasce un'idea che sembra logica: più settimane di crescita, più legno, più carbonio. Un gruppo internazionale di ricercatori ha messo alla prova questa idea su oltre duemila boschi, e la risposta cambia molto a seconda di quanta acqua ha il bosco.

Duemila boschi letti negli anelli

Lo studio di Jan Tumajer e colleghi, pubblicato su Nature Communications alla fine del 2025, parte da 2013 cronologie di anelli: serie di larghezze misurate su almeno cinque alberi per sito, in boschi dalla Repubblica Ceca ai Carpazi fino all'Europa sudorientale, fra 153 e 1713 metri di quota. I generi sono 15, dall'abete rosso (1094 siti) al faggio (458), all'abete bianco, alle querce, ai pini e agli aceri. Gli alberi campionati avevano in media 128 anni.

Su questi dati gli autori hanno calibrato VS-Lite, un modello che stima mese per mese quanto cresce il tronco a partire da temperatura, umidità del suolo e durata del giorno. Ogni mese la crescita è frenata dal fattore più sfavorevole: il freddo, il caldo eccessivo o la terra secca. Poi hanno fatto girare il modello con i climi previsti fino al 2099 in quattro scenari di emissione, gli SSP (Shared Socioeconomic Pathways, percorsi socioeconomici condivisi), che portano la temperatura media globale a salire fra 1,8 e 4,4 °C entro fine secolo.

I siti sono stati divisi in tre gruppi secondo il bilancio idrico climatico, cioè la differenza fra la pioggia dell'anno e l'acqua che il caldo farebbe evaporare: secchi (da -160 a +200 millimetri), intermedi (da 200 a 700) e umidi (da 700 a 1230), questi ultimi soprattutto in montagna.

Quanto cambierà la crescita degli alberi a fine secolo

Larghezza media degli anelli nel 2080-2099, rispetto al 1961-2020Siti secchiSiti intermediSiti umidi
SSP1-2.6, emissioni basse+15%+13%+28%
SSP2-4.5, emissioni intermedie+4%, trascurabile+12%+35%
SSP3-7.0, emissioni alte-13%nessuna differenza di rilievo+42%
SSP5-8.5, emissioni molto alte-27%nessuna differenza di rilievo+48%
Anni caldi e secchi, a seconda dello scenarioda -41% a -70%non indicatoda +26% a +31%

Sono valori medi simulati per un anno con il clima tipico di quel ventennio; l'ultima riga riguarda invece gli anni eccezionalmente caldi e secchi. Per la maggior parte dei siti le differenze rispetto al periodo di riferimento sono risultate statisticamente significative, soprattutto verso fine secolo e negli scenari a emissioni alte.

Fino al 2050 la stagione lunga regge

Oggi, secondo le simulazioni, la crescita di questi boschi è frenata soprattutto dal freddo. La stagione in cui il tronco fa legno dura circa tre mesi nei siti umidi di montagna e quasi sei in quelli più secchi, con un picco unico intorno al solstizio d'estate.

Con il riscaldamento questa stagione si allunga in media fra 0,65 mesi nello scenario a emissioni più basse e 1,44 mesi in quello a emissioni più alte. L'allungamento viene quasi tutto dalla primavera, con una ripartenza anticipata. L'autunno si comporta in modo diverso a seconda del sito: nei boschi intermedi e umidi la crescita si ferma più tardi, perché gli autunni sono più tiepidi, nei boschi secchi spesso si ferma prima, già a fine estate, per la siccità.

Fino al 2040-2059 il conto torna quasi ovunque: per la maggior parte degli scenari e dei generi i mesi in più bastano a recuperare il calo estivo, e gli anelli previsti sono più larghi di quelli del periodo 1961-2020. Gli autori collocano proprio fra gli anni Quaranta e Cinquanta il periodo dopo il quale, nei boschi più secchi, i mesi in più non bastano più.

Dopo, i boschi secchi perdono legno

Nella seconda metà del secolo gli scenari si separano. Con emissioni alte, nei siti secchi la crescita estiva cala così tanto che primavera e autunno non riescono a recuperarla: gli anelli diventano più stretti per tutti i generi, e la crescita dell'anno tende a dividersi in due picchi, uno in primavera e uno in autunno, con un vuoto d'estate, come succede oggi nei climi mediterranei. Gli autori ricordano però che la ripresa d'autunno è irregolare e negli anni più caldi e secchi tende a sparire.

Gli anni estremi pesano ancora di più. In un anno caldo e secco del 2080-2099, nei siti che oggi hanno un bilancio idrico sotto i 200 millimetri, gli anelli simulati sono più stretti fra il 41% e il 70% rispetto alla media di riferimento. Gli autori definiscono questi risultati allarmanti, ricordando i deperimenti di boschi già osservati dopo periodi di siccità.

All'opposto, i boschi umidi di montagna, soprattutto di abete rosso, crescerebbero di più. Anche qui gli autori segnalano un rovescio: alberi che crescono più in fretta tendono a vivere meno o a essere più fragili ai disturbi, e il carbonio potrebbe restare nel bosco per meno tempo. Solo gli scenari a emissioni basse, concludono, mantengono in media una crescita che non cala nei boschi secchi con le specie di oggi.

Cosa c'entra un anello con il carbonio di un bosco

Un anello più stretto è un diametro che cresce meno, e il diametro è il dato che pesa di più nei calcoli della biomassa. Le equazioni dell'inventario forestale nazionale italiano (INFC) che usiamo per i conti sul carbonio di un albero stimano la biomassa epigea, la parte fuori terra in peso secco, come b1 + b2 · d² · h, con d diametro a petto d'uomo in centimetri e h altezza in metri.

Facciamo un esempio di calcolo, con valori scelti da noi e non presi dallo studio: un cerro (b1 = 0,5310, b2 = 0,030747) con 30 centimetri di diametro e 18 metri di altezza, che in un anno mette un anello di 3 millimetri. Il diametro cresce di 6 millimetri e la biomassa epigea passa da 498,6 a 518,8 chili, cioè 20,1 chili di legno secco in più. Se l'anello è più stretto del 27%, come nella media dei siti secchi nello scenario a emissioni più alte, l'aumento scende a 14,7 chili. Tenendo ferma l'altezza, che è una semplificazione, la biomassa guadagnata cala più o meno nella stessa proporzione dell'anello.

Applicando la concentrazione di carbonio misurata nel legno del fusto dei cedui di cerro (47,77%) e il rapporto stechiometrico di 3,67 fra CO2 e carbonio, si passa da circa 35 a circa 26 chili di CO2 sequestrati quell'anno dall'albero, usando per tutta la parte aerea la concentrazione del fusto. Sono numeri di un albero immaginario, utili solo a vedere il meccanismo: chi calcola il carbonio di un bosco reale deve partire dai diametri misurati.

Cosa cambia per chi rendiconta il carbonio dei boschi

Una stima del carbonio che proietta in avanti una crescita media annua regge finché gli anni somigliano alla media. Lo studio dice che in un clima più caldo la crescita di un anno può allontanarsi molto dalla media, e che nei boschi secchi, soprattutto dalla metà del secolo, lo scarto va nello stesso verso: le estati siccitose tolgono legno che i mesi in più non restituiscono. Per un'azienda che dichiara il carbonio di un progetto forestale, la domanda da fare è quanto spesso si torna a misurare gli alberi, e cosa succede alla stima negli anni in mezzo.

Nel metodo Silva il censimento è totale e decennale: ogni albero ha un identificativo fisico e si rimisura. Fra un rilievo e l'altro facciamo stime annuali con un vincolo conservativo: la stima intermedia è vincolata al valore allometrico, cioè a quello calcolato con le equazioni sui diametri e le altezze misurati, quindi non può essere sovrastimata, e la crescita reale la dice il rilievo successivo, non la proiezione. Abbiamo scritto anche di quanto crescono i boschi misti rispetto a quelli di una sola specie.

Cosa lo studio non dice

È uno studio di modello, calibrato su dati veri. La concordanza fra anelli misurati e simulati è discreta, con un coefficiente di correlazione medio di 0,42, significativo nell'84% dei siti; è più alta per abete rosso, pini e querce e più bassa per il faggio. Il confronto con i dendrometri, gli strumenti che misurano il tronco di continuo, si basa su 57 siti e in gran parte su un solo anno, e mostra che il modello sovrastima un po' la crescita in autunno.

Il modello lavora per mesi, non per giorni, quindi vede male le pause brevi d'estate e le riprese d'autunno. Assume che il rapporto fra clima e crescita resti quello del passato, e non considera la morte degli alberi, gli incendi o le tempeste che possono cambiare un bosco da un anno all'altro. Infine i siti più freddi, come le peccete scandinave, e quelli più secchi, come le querce del Mediterraneo occidentale, non sono nel campione: per i boschi italiani più aridi lo studio è un'indicazione, non una misura.

Fonti