Quando un'azienda finanzia un bosco, si parla soprattutto di quanti alberi e dove. La scelta delle specie, e di quante metterne insieme, finisce spesso in fondo alla lista, come un dettaglio da vivaisti. Eppure la scelta conta anche per il carbonio che quel bosco accumulerà.
Lo dice una meta-analisi uscita a febbraio 2026 su Communications Biology, firmata da ricercatori di università cinesi, statunitensi e svedesi. Hanno raccolto 328 studi che confrontano, nello stesso posto, boschi piantati con una sola specie e boschi piantati con più specie, per un totale di 8450 confronti in 17 paesi di sei continenti. Mettendo insieme tutti gli indicatori di biomassa, i boschi misti ne hanno accumulata in media il 16,4% in più, con un intervallo di confidenza al 95% fra il 13,5% e il 19,3%.
Quanta biomassa in più fa un bosco misto
Il dato medio tiene insieme cose diverse: alberi, arbusti, erbe, lettiera. Se si guarda solo agli alberi, la differenza è più ampia, e riguarda sia la parte fuori terra sia le radici.
| Indicatore | Variazione media nei boschi misti rispetto alle monocolture |
|---|---|
| Tutti gli indicatori di biomassa insieme | +16,4% (IC 95%: 13,5-19,3%) |
| Biomassa totale degli alberi | +19,3% |
| Biomassa degli alberi fuori terra | +25,8% |
| Biomassa degli alberi sotto terra | +22,0% |
| Fusto | +20,9% |
| Radici grosse | +15,6% |
| Radici fini | nessuna differenza significativa |
| Diametro a petto d'uomo (misurato a 1,30 m da terra) | +7,5% |
| Altezza degli alberi | +4,9% |
| Carbonio organico del suolo | +20,2% |
Fonte: Zhang e colleghi, 2026, figure 2 e 3. Le variazioni sono medie ricalcolate in percentuale dai rapporti di risposta, la misura usata per confrontare studi diversi fra loro. Nel testo dello studio l'intervallo di confidenza è riportato solo per il valore complessivo.
Negli arbusti l'effetto è ancora più forte: +31,7% di biomassa totale, con un aumento concentrato nella parte fuori terra (+84,1%), mentre sotto terra non c'è differenza significativa. Le erbe del sottobosco invece non cambiano. Nel suolo dei boschi misti gli autori trovano anche più azoto totale (+14,7%) e più fosforo disponibile (+24,9%), senza che cambino i rapporti fra carbonio e azoto e fra carbonio e fosforo.
La spiegazione proposta è quella che i forestali chiamano complementarità: specie diverse occupano strati diversi della chioma e del suolo, e insieme sfruttano meglio luce, acqua e nutrienti. Le chiome dei boschi misti nello studio sono più lunghe del 12,4% e più larghe del 6,8%.
Dove il vantaggio si spegne
L'effetto del mescolare le specie cambia molto da un caso all'altro, e gli autori hanno cercato da cosa dipende. Cresce con la temperatura media annua, con le precipitazioni e con il numero di specie messe insieme. Con altre tre variabili invece sale e poi scende.
Il vantaggio in biomassa raggiunge il massimo verso i 28 anni di età del bosco e diventa negativo verso i 55. Con la quota succede lo stesso: massimo intorno agli 840 metri, effetto negativo sopra i 1680 metri circa. Con la densità, il massimo sta intorno ai 2500 alberi per ettaro e l'effetto si rovescia verso i 5000. Gli autori ne ricavano che oltre una certa età e una certa densità la competizione per luce e suolo prende il sopravvento sulla complementarità, e suggeriscono diradamenti o rinnovazione in quelle fasi.
Questi punti di inversione vengono da curve stimate su studi molto diversi, quindi vanno letti come indicazioni di tendenza e non come soglie da applicare a un singolo bosco.
Come si confrontano due boschi piantati
Confrontare un bosco misto con uno puro sembra facile, ma basta poco per falsare il risultato: un terreno più fertile, un impianto più vecchio, alberi piantati più fitti. Per questo gli autori hanno tenuto solo gli studi di campo in cui i due boschi stavano nelle stesse condizioni di sito, erano stati piantati nello stesso momento e avevano una densità di impianto che differiva meno del 20%. Ogni studio doveva riportare medie, variabilità e numero di campioni per entrambi.
La ricerca ha coperto la letteratura dal 1990 a giugno 2025 su Web of Science, Google Scholar e sulla banca dati cinese CNKI. Per ogni confronto si calcola il logaritmo del rapporto fra il valore nel bosco misto e quello nella monocoltura; poi un modello statistico combina tutti i confronti, tenendo conto del fatto che più confronti possono venire dallo stesso studio. Gli autori hanno anche controllato la distorsione di pubblicazione, cioè la tendenza a pubblicare più volentieri i risultati positivi, e scrivono che, anche correggendo per questo effetto, l'effetto complessivo resta statisticamente significativo.
Cosa cambia nel calcolo del carbonio di una riforestazione
Per un'azienda che rendiconta il carbonio di un bosco finanziato, le conseguenze pratiche sono due, una sul metodo di stima e una sulla scelta delle specie. In un bosco misto ogni specie ha la sua forma e la sua densità del legno, quindi non si può applicare a tutti gli alberi la stessa equazione, né prendere un valore per ettaro ricavato da una piantagione di una specie sola.
Le equazioni allometriche dell'inventario forestale italiano (INFC) stimano la biomassa fuori terra a partire dal quadrato del diametro moltiplicato per l'altezza (d² · h). Facendo un conto nostro, indicativo perché le due medie vengono da gruppi di studi diversi: con un diametro più grande del 7,5% e un'altezza maggiore del 4,9%, il prodotto d² · h cresce di circa il 21%, vicino al +20,9% che lo studio trova per la biomassa del fusto.
Nella metodologia di Silva le equazioni INFC si applicano con coefficienti diversi per il cerro e per un gruppo che comprende roverella, frassini, aceri, robinia e ciliegio, e ogni albero è censito e riconosciuto da un identificativo fisico, l'Arbotag. Il censimento totale, invece di un campione, serve proprio a questo: sapere di che specie è ogni albero e calcolarlo con la sua equazione. Il passaggio dalla biomassa al carbonio usa poi un fattore di conversione per compartimento, e non il generico 50% di cui avevamo parlato in questo articolo.
Sulla scelta delle specie, la meta-analisi mette un numero al vantaggio dei boschi misti nei primi decenni di vita. Chi valuta un progetto di riforestazione ha quindi un motivo in più per chiedere quali specie verranno piantate e come verrà misurata la crescita di ciascuna, insieme alle domande sull'effetto reale del progetto che avevamo affrontato qui.
Cosa la meta-analisi non dice
Gli autori segnalano che la maggior parte degli studi raccolti copre boschi giovani o di mezza età, non oltre i 35 anni: come evolve il vantaggio dei boschi misti sui tempi lunghi resta poco conosciuto. Le zone aride e quelle ad alte latitudini sono poco rappresentate, quindi lì le conclusioni valgono meno.
La variabilità fra gli studi è molto alta, e gli autori la spiegano solo in parte con clima, quota, età e densità. I numeri della tabella sono medie su piantagioni di tutto il mondo, con combinazioni di specie diversissime: non dicono quanto crescerebbe in più un impianto di cerro e frassino in Appennino. Gli autori indicano come prossimo passo studi di lungo periodo che misurino insieme diversità e processi del suolo.
Infine, il 16,4% è una media di molti indicatori di biomassa, non la biomassa di un bosco misto contro quella di un bosco puro: per un singolo progetto il dato va misurato sul posto.
Fonti
- Zhang H., Feng H., Qu X., Yang M., Huang M., Jacobs D. F., Guo J., Species mixing promotes plant biomass accumulation and nutrient cycling in forest plantations, Communications Biology, 2026
- Tabacchi, Di Cosmo, Gasparini, equazioni INFC per la stima della fitomassa delle specie forestali italiane, 2011 (dalla metodologia Silva di Piantando)
- Foto di copertina: Darya Karaliova, Unsplash