Diametro, altezza e specie si misurano sull'albero in piedi. Le radici invece restano sotto terra, e scavarle costa così tanto che quasi nessuno lo fa. Eppure entrano nelle tonnellate di CO2 che un bosco dichiara. Come? Con un solo numero, il rapporto radici/fusto, o più precisamente fra radici e parte aerea, che i tecnici chiamano R (in inglese root:shoot ratio): il peso secco delle radici diviso per quello di fusto, rami e foglie. Nell'inventario italiano dei gas serra R vale 0,24 per il cerro: quasi un quinto della biomassa degli alberi di una cerreta sta sotto terra, e ce la mette un coefficiente, non una misura. Nell'esempio che trovi più sotto, a seconda della tabella da cui prendi R, la stima totale di CO2 dello stesso bosco cambia di circa il 19%.

Il rapporto radici/fusto nelle stime di CO2: come entra nel calcolo

Il passaggio è scritto nell'inventario nazionale dei gas serra 2026 dell'ISPRA, il documento con cui l'Italia comunica emissioni e assorbimenti alla Convenzione quadro dell'ONU sui cambiamenti climatici: la biomassa sotto terra è uguale alla biomassa sopra terra moltiplicata per R. Poi la somma delle due si moltiplica per la frazione di carbonio della sostanza secca, che l'inventario fissa a 0,47, e il carbonio si converte in CO2 con il rapporto fra i pesi molecolari, 3,67. Nel conto entrano le radici con diametro sopra i 2 millimetri; quelle più fini restano fuori.

Nella tabella dell'inventario riferita al 1985, l'anno del primo inventario forestale nazionale, la biomassa viva dei boschi italiani vale in media 139,92 tonnellate di CO2 equivalente per ettaro sopra terra e 31,6 sotto terra. Le radici pesano dunque per circa il 18% del totale, e sono anche il comparto meno certo: per il 1985 l'inventario attribuisce a quella stima un'incertezza del 52,10%, contro il 42,59% della parte aerea, e al solo coefficiente R un'incertezza del 30%.

Perché non si misurano? Lo spiega bene un lavoro uscito nel 2025 su Global Change Biology da un gruppo brasiliano che ha raccolto le pesate di alberi abbattuti in piantagioni di eucalipto e di pino: nella loro banca dati il 91,7% delle misure riguarda la parte aerea e solo l'8,3% le radici, per l'alto costo di raccogliere anche soltanto le radici grosse.

Quanto vale R nei boschi italiani

L'Italia usa un valore per ogni tipo forestale dell'inventario. Sono gli stessi della proposta pubblicata da Federici e colleghi su iForest nel 2008 e l'ISPRA dichiara di averli presi da progetti di ricerca europei (CANIF, CARBODATA, CARBOINVENT e l'azione COST E21).

Tipo forestaleR nelle fustaieR nei cedui
Faggio0,200,20
Cerro0,240,24
Altre querce0,200,20
Querce sempreverdinon previste1,00
Castagnonon previsto0,28
Carpininon previsti0,26
Abete rosso0,29non previsto
Abete bianco0,28non previsto
Larici0,29non previsti
Pini montani0,36non previsti
Pini mediterranei0,33non previsti

Rapporto fra peso secco delle radici e peso secco della parte aerea. Fonte: ISPRA, National Inventory Document 2026, tabella A11.5; stessi valori in Federici et al. 2008, tabella 2.

Salta all'occhio il valore 1,00 dei cedui di querce sempreverdi, come il leccio: tanto peso sotto terra quanto sopra. Né l'inventario né l'articolo del 2008 spiegano da dove venga, quindi non sappiamo dirti su quali misure si regga.

Lo studio di Mokany: su 786 rapporti, 62 su 100 da scartare

Il lavoro di riferimento su R è una revisione critica pubblicata nel 2006 su Global Change Biology da Karel Mokany, R. John Raison e Anatoly Prokushkin. Gli autori hanno raccolto 786 misure di R dai diversi biomi terrestri e hanno controllato come erano state campionate le radici: il 62% è stato scartato perché il metodo era inadeguato o non verificabile. Sui dati rimasti R diminuisce quando aumentano la biomassa aerea, le piogge, la temperatura media, l'età e l'altezza del bosco. Detto in breve, nei dati affidabili i boschi giovani, bassi e con poca biomassa hanno in proporzione più radici di quelli maturi e alti.

Ricalcolando il bilancio globale del carbonio con i loro rapporti, la stima dello stock di carbonio nelle radici del pianeta aumentava del 50% e quella di tutta la vegetazione terrestre del 12%. Sono questi valori che le linee guida IPCC del 2006 hanno adottato per i boschi temperati, con le loro classi e i loro intervalli:

Bosco temperato (IPCC 2006)Biomassa aereaR medioIntervallo
Coniferemeno di 50 t/ha0,400,21-1,06
Conifere50-150 t/ha0,290,24-0,50
Conifereoltre 150 t/ha0,200,12-0,49
Querceoltre 70 t/ha0,300,20-1,16
Altre latifogliemeno di 75 t/ha0,460,12-0,93
Altre latifoglie75-150 t/ha0,230,13-0,37
Altre latifoglieoltre 150 t/ha0,240,17-0,44

Biomassa aerea in tonnellate di sostanza secca per ettaro. Fonte: IPCC 2006, volume 4, tabella 4.4, valori tratti da Mokany et al. 2006.

Gli intervalli sono larghi: per le querce si va da 0,20 a 1,16. Il Refinement IPCC del 2019 ha riorganizzato la tabella per continente e per origine del bosco, naturale o piantato, con un'unica soglia di 125 tonnellate per ettaro, e a quasi tutti i valori europei assegna un'incertezza predefinita di più o meno 90%. Per le querce europee dà 0,477 nei boschi naturali della zona temperata continentale sopra le 125 tonnellate, e 1,400 nei querceti piantati della zona temperata oceanica sotto quella soglia, un valore che la tabella attribuisce a un solo studio. Le linee guida del 2006 ricordano anche che, a rigore, questi rapporti valgono per gli stock, cioè per quanto c'è in un dato momento, e che applicarli alla crescita su brevi periodi non dovrebbe causare errori apprezzabili.

Quanta CO2 sposta la scelta di R: un esempio

Prendiamo un ettaro di cerreta, un bosco di cerro, con 200 tonnellate di sostanza secca sopra terra, una quantità che rientra sia nella classe IPCC 2006 sopra le 70 tonnellate sia in quella del 2019 sopra le 125. Con la frazione di carbonio 0,47 e il fattore 3,67, la parte aerea vale 345,0 tonnellate di CO2. Il calcolo è nostro e cambia solo R.

  • Con 0,24, il valore italiano del cerro, le radici aggiungono 82,8 tonnellate: totale 427,8.
  • Con 0,30, il valore IPCC 2006 per le querce, ne aggiungono 103,5: totale 448,5.
  • Con 0,477, il valore IPCC 2019 per le querce naturali in Europa continentale, ne aggiungono 164,6: totale 509,5.

Fra il primo e l'ultimo caso ci sono 81,7 tonnellate di CO2 per ettaro, circa il 19% in più, senza che nessuno abbia toccato un albero. Su un progetto di molti ettari, è la scelta di un coefficiente a decidere una parte non piccola del risultato.

Cosa trovano gli scavi recenti

Chi le radici le scava davvero trova numeri che si muovono molto. Nello studio brasiliano del 2025, su radici grosse pesate in campo ed essiccate a 65 °C, R vale in media 0,22 negli eucalipti (da 0,10 a 0,49, su 150 misure) e 0,31 nei pini (da 0,16 a 0,62, su 35 misure). Il modello che ne ricavano stima per le piantagioni commerciali di pino un R medio di 0,18, mentre il valore nazionale di riferimento è 0,35: applicato a quelle piantagioni, il valore nazionale porta a uno scarto medio del 145,2%. Gli autori avvertono che la loro biomassa sotto terra comprende solo le radici grosse.

Più vicino a noi, uno studio pubblicato nel 2015 su Annals of Forest Science ha scavato in Puglia, fra Putignano e Ostuni, 50 piante di fillirea, un arbusto alto della macchia mediterranea. Le radici sono state estratte fino a 50 centimetri, dove la roccia impediva di scendere, raccogliendo tutta la biomassa sotto terra. R è risultato in media 0,68: circa 0,80 nelle piante con il colletto da 1 a 1,5 centimetri, circa 0,58 in quelle da 7 centimetri. Anche qui R scende al crescere della pianta, come nei dati di Mokany.

Un terzo lavoro, uscito nel 2026 su Forest Ecosystems, ha scavato gli apparati radicali di 100 abeti rossi in dieci siti della Repubblica Ceca e della Slovacchia. Misura volumi e non pesi, quindi non dà un R confrontabile con le tabelle; dice però che le radici sono in media il 15,1% del volume delle parti studiate, con valori da sito a sito fra il 10,4% e il 24,0%, e che il 76,4% del volume delle radici sta nei primi 30 centimetri di suolo. Di questo studio abbiamo letto solo il riassunto.

Cosa cambia per chi rendiconta la CO2 di un bosco

Nei calcoli che seguono le linee guida IPCC, la parte sotto terra si ottiene con una moltiplicazione. Per questo, quando leggi una cifra di CO2 che include le radici, ha senso chiedere tre cose: quale R è stato usato, da quale tabella viene (inventario italiano, IPCC 2006, IPCC 2019 o una misura locale) e per quale classe di bosco vale. Un R da bosco maturo applicato a un impianto giovane, o il contrario, sposta il risultato come nell'esempio sopra. Lo stesso vale per la frazione di carbonio, che non è sempre la metà del peso secco, come abbiamo spiegato parlando di quanto carbonio c'è davvero in un albero, e per il passaggio dalla biomassa alla CO2 descritto nella guida al calcolo della CO2 sequestrata da una riforestazione.

Come lo vediamo nel metodo Piantando

Nel nostro censimento registriamo per ogni albero diametro a 1,30 metri, altezza e specie, e ne ricaviamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'inventario forestale nazionale italiano (INFC), prima di passare alla CO2 con il rapporto 3,67. Quelle equazioni, come scrive il volume del CRA che le presenta, stimano il peso secco di tutto l'albero al di sopra del livello del suolo, ceppaia fuori terra compresa. Censire tutti gli alberi rende misurata, albero per albero, la parte aerea; le radici no. La nostra posizione è che il dato vada presentato con le due parti separate, quella ricavata dal rilievo e quella aggiunta con un coefficiente dichiarato, così chi legge il report sa quanta CO2 viene da una misura e quanta da una tabella. Se ti serve una stima di questo tipo, trovi come lavoriamo nella pagina sulla misura della CO2 dei progetti forestali albero per albero.

Cosa questi numeri non dicono

I valori italiani di R vengono da progetti di ricerca europei, sono gli stessi dal 2008 e uno di loro, l'1,00 delle querce sempreverdi, non ha una fonte esplicita. Sia l'inventario sia le tabelle IPCC escludono le radici più fini. Dello studio di Mokany abbiamo letto il riassunto e i valori riportati dall'IPCC, non le tabelle originali. Lo studio brasiliano riguarda piantagioni tropicali e subtropicali e conta solo le radici grosse; quello pugliese un arbusto e non un albero, con lo scavo fermato a 50 centimetri dalla roccia; quello sugli abeti rossi misura volumi. Nessuno di questi lavori dà un R misurato per il cerro, il faggio o il leccio in Italia.

Fonti