Chi ha un orto li considera alleati, chi cura un prato all'inglese un po' meno. Sul clima, però, il loro ruolo è doppio: mangiano foglie e residui, accelerano la decomposizione, e quando la materia organica si decompone una parte del carbonio torna in aria come CO2. Quindi aiutano il suolo a trattenere carbonio o lo aiutano a perderlo?
Una sintesi pubblicata a marzo 2026 su Global Change Biology prova a chiudere la questione mettendo insieme gli esperimenti pubblicati che rispettavano criteri precisi. La risposta breve è che in media aiutano a trattenerlo. Quella lunga è più interessante, perché dice anche quando non lo fanno.
Cosa hanno confrontato: suoli con e senza lombrichi
Il gruppo di ricerca di Y. Li ha raccolto 696 confronti da 122 studi pubblicati. Ogni confronto mette fianco a fianco due porzioni di suolo uguali per tipo, vegetazione e clima, che differiscono solo per una cosa: in una sono stati aggiunti i lombrichi, nell'altra no. Un quarto dei confronti viene da esperimenti all'aperto, tre quarti da incubazioni in laboratorio, cioè vasi o colonne di terra tenuti in condizioni controllate.
Il risultato principale è che con i lombrichi il carbonio organico del suolo aumenta in media del 5,4%, con un intervallo di confidenza al 95% che va dal 2,2% al 9,1%. L'aumento compare nel 64% dei confronti: nella maggioranza dei casi, quindi, non in tutti.
Il dato più curioso riguarda dove finisce quel carbonio. Gli autori dividono il carbonio del suolo in due parti. La frazione particolata è fatta di frammenti di foglie e radici ancora riconoscibili: si decompone in fretta. La frazione associata ai minerali è carbonio legato a particelle di argilla e limo, molto più difficile da far tornare in aria. I lombrichi lasciano quasi invariata la prima e fanno crescere la seconda.
| Cosa si misura | Effetto medio dei lombrichi | Intervallo di confidenza al 95% |
|---|---|---|
| Carbonio organico del suolo, in totale | +5,4% | da +2,2% a +9,1% |
| Carbonio associato ai minerali (stabile) | +21,2% | da +2,8% a +48,6% |
| Carbonio particolato (frammenti vegetali) | +6,2%, non significativo | da -12,7% a +29,6% |
| Respirazione dei microrganismi del suolo | +24,7% | da +6,5% a +54,0% |
| Carbonio del suolo con piante vive | +7,6% | da +2,3% a +13,1% |
| Carbonio del suolo senza nuovi apporti vegetali | -4,5%, non significativo | da -11,9% a +3,5% |
Fonte: Li e colleghi, Global Change Biology, 2026. Le percentuali sono differenze rispetto allo stesso suolo senza lombrichi.
Più CO2 in aria, eppure più carbonio nel suolo
La tabella contiene un'apparente contraddizione: con i lombrichi i microrganismi respirano quasi un quarto in più, quindi emettono più CO2, e nello stesso tempo il carbonio totale sale. Le due cose stanno insieme perché una parte della materia organica che passa per l'intestino del lombrico e per i microrganismi non viene bruciata del tutto: finisce nei residui microbici e dentro piccole zolle tenute insieme dal muco e dalle deiezioni. Lì il carbonio si lega ai minerali e resta protetto.
Gli autori lo vedono anche nella struttura fisica del suolo. Con i lombrichi la quota di aggregati più grandi di 2 millimetri cresce del 45,6%, e il diametro medio degli aggregati del 17%. Fra i diversi gruppi di lombrichi, l'aumento del carbonio legato ai minerali risulta statisticamente significativo solo con gli endogei, quelli che vivono e si nutrono dentro la terra: +42,2% (intervallo da +13,5% a +78%). Gli epigei, che stanno nella lettiera in superficie, fanno crescere soprattutto la biomassa dei microrganismi.
Senza foglie e radici il conto si rovescia
La condizione che decide tutto è che al suolo arrivi carbonio nuovo. Con piante vive, che lasciano radici e foglie di continuo, l'aumento è del 7,6%. Con un apporto una tantum, per esempio una dose di lettiera, è del 5,4% ma al limite della significatività statistica. Senza nessun apporto il segno diventa negativo, -4,5%, anche se il dato non è significativo: i lombrichi accelerano la decomposizione di quello che c'è e non arriva niente a rimpiazzarlo.
L'effetto, inoltre, cresce con la durata dell'esperimento. Gli studi brevi tendevano a registrare soprattutto la prima fase, quella in cui la respirazione sale, ed è per questo che la letteratura sembrava divisa. Secondo gli autori la sintesi riconcilia i risultati contrastanti: nel breve periodo prevale la decomposizione, sul lungo, se le piante continuano ad alimentare il suolo, prevale l'accumulo.
Come si contano i lombrichi in un bosco
Per dire qualcosa sui lombrichi di un posto preciso bisogna prima contarli, e non è banale. Un secondo studio uscito a settembre 2026 su Ecology mostra bene come si fa. Ludwig Lettenmaier e colleghi hanno lavorato nella foresta universitaria di Würzburg, in Germania: 2.176 ettari di bosco misto gestito, con frassino, faggio, acero, carpino e querce.
Il metodo è semplice e faticoso. In ogni punto si scava un blocco di terra di 25 per 25 centimetri, profondo 10, e lo si smista a mano. Poi nella buca si versano 5 litri di acqua e senape in polvere, 10 grammi per litro: la senape irrita i lombrichi che vivono più in profondità e li fa salire. Si raccolgono per 15 minuti, si ripete con altri 5 litri e si raccolgono per altri 15. Ogni animale viene contato, pesato, classificato come giovane o adulto e assegnato a un gruppo ecologico. In nove giorni, fra settembre e ottobre 2024, sono usciti 1.509 lombrichi, di cui 1.196 giovani. Gli endogei erano 947, gli anecici (quelli che scavano gallerie verticali profonde e trascinano le foglie sotto terra) 550, gli epigei appena 8.
La domanda dello studio era l'effetto dei caprioli, presenti in quel bosco con 20-30 capi per chilometro quadrato. Su 75 aree, ognuna con un recinto di 6 metri per 6 che esclude i caprioli e una parcella libera accanto, i ricercatori hanno trovato che sotto la chioma chiusa la presenza dei caprioli riduceva la biomassa dei lombrichi del 33%. Dove i caprioli potevano entrare, invece, le radure di circa 30 metri di diametro aperte nell'inverno 2018-2019 avevano più lombrichi del bosco chiuso: +15% in biomassa e +21% in numero. Dentro i recinti la radura non faceva differenza. Secondo il modello statistico degli autori, brucando i caprioli tengono bassi gli arbusti, al loro posto crescono più erbe e il terreno resta più umido, una condizione che nello studio va insieme a più lombrichi.
Il collegamento con il carbonio non è diretto, e gli autori non lo misurano. Però il caso tedesco dice una cosa utile a chi legge la meta-analisi: la quantità e il tipo di lombrichi cambiano molto anche dentro uno stesso bosco, in funzione di luce, vegetazione e animali, quindi la media globale del 5,4% non si può trasferire a un terreno qualsiasi senza guardare cosa c'è sotto.
Cosa la meta-analisi non dice
I limiti li dichiarano gli autori stessi. Il 94% delle incubazioni usava terra presa nei primi 20 centimetri: per questo gli autori non hanno potuto valutare l'effetto della profondità, e sul suolo profondo la sintesi dice poco. Tre confronti su quattro vengono dal laboratorio, e in un vaso mancano, per esempio, siccità e gelate. Gli autori scrivono che la rappresentazione dei diversi ambienti è incerta e che dove gli apporti di carbonio calano o oscillano, per esempio con certe pratiche agricole, eventi climatici o disboscamento, l'equilibrio può spostarsi verso la perdita. Anche la classificazione dei lombrichi in tre gruppi è quella tradizionale, e gli autori avvertono che l'assegnazione delle specie fra studi diversi può non essere sempre coerente.
Lo studio di Würzburg, dal canto suo, è una fotografia sola, scattata cinque anni dopo l'apertura delle radure in un unico bosco. Gli autori stessi scrivono che le conseguenze vanno lette come dipendenti dal contesto.
C'è poi una cosa che nessuno dei due studi fa: dire quante tonnellate di carbonio in più ci sono in un ettaro grazie ai lombrichi. Le percentuali sono differenze relative fra suoli con e senza, ottenute in condizioni molto diverse fra loro. Tradurle in CO2 per ettaro richiederebbe misure di campo sul suolo specifico, e le misure non le abbiamo.
E nei conti della CO2 dei boschi?
Qui c'è una conseguenza pratica per chi rendiconta il carbonio di un progetto forestale. Nel nostro progetto Silva censiamo tutti gli alberi, uno per uno, e stimiamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'Inventario forestale nazionale (INFC) specifiche per specie; il carbonio si converte poi in CO2 con il rapporto stechiometrico 3,67, cioè 44 diviso 12, le masse molari di CO2 e carbonio. Il carbonio del suolo resta fuori dal calcolo: quello che i lombrichi aiutano ad accumulare non entra nei nostri numeri, e nemmeno quello che potrebbero far perdere. Abbiamo spiegato come si conta la parte che sta sotto terra ma dentro le piante nell'articolo sul rapporto fra radici e fusto, e il resto del metodo in quello su come si calcola la CO2 di una riforestazione.
Per un giardino o un orto, invece, la lezione della meta-analisi è abbastanza concreta: i lombrichi lavorano a favore del carbonio quando il terreno è coperto da piante vive e riceve foglie e radici di continuo. Un terreno lasciato nudo, anche se pieno di lombrichi, non ha niente da far trattenere.
Fonti
- Li Y., Liao J., Reich P. B. e altri, Earthworms Enhance Global Soil Carbon Storage Through Microbial-Mineral Stabilization, Global Change Biology, 2026
- Lettenmaier L., Eisenhauer N., Cesarz S. e altri, Native earthworms and roe deer in temperate forests: Friends in the sun, foes in the shade, Ecology, 2026
- Piantando, Silva, metodo di calcolo della CO2, 2026
- Foto di copertina: Julian Zwengel, Unsplash