A chi passeggia, un bosco curato piace: sentiero sgombro, niente rami a terra, tronchi tagliati e portati via. Un picchio dorsobianco la vede in un altro modo, perché si nutre delle larve di coleotteri che vivono dentro il legno che marcisce a terra, e in un bosco così ne trova poco.
Uno studio uscito a settembre 2025 su Scientific Reports ha misurato il legno morto e contato gli uccelli in quattro faggete della Slovenia meridionale: una riserva dove il bosco cresce da solo e tre boschi gestiti. Nella riserva c'erano in media 318 metri cubi di legno morto per ettaro, nei boschi gestiti fra 19 e 25. E nella riserva nidificavano quasi il doppio delle coppie di uccelli.
Quindici volte meno legno morto nei boschi gestiti
I quattro boschi stanno nella regione di Kočevje, sull'altopiano carsico dinarico, in un'area importante per gli uccelli. Sono tutti dominati dal faggio e ognuno è stato studiato su 30 ettari. Il primo è la riserva di Pečka, un bosco vetusto, cioè lasciato evolvere senza tagli. Gli altri tre sono boschi gestiti con tagli che non lasciano mai il terreno scoperto e rappresentano tre momenti dello stesso ciclo: una fustaia matura (fustaia è il bosco di alberi nati da seme e cresciuti ad alto fusto) prima del taglio di rinnovazione, una fustaia dove si stanno aprendo buche per far nascere i giovani faggi, un popolamento giovane, cioè un bosco di alberi giovani tutti della stessa generazione.
| Volume per ettaro (m³/ha) | Riserva di Pečka | Fustaia matura | Fustaia con tagli a buche | Popolamento giovane |
|---|---|---|---|---|
| Legno morto totale | 318 (36,9) | 20 (2,3) | 25 (3,3) | 19 (1,6) |
| di cui legno a terra | 226 (24,8) | 8 (1,4) | 10 (1,6) | 7 (1,0) |
| di cui alberi morti in piedi, interi o spezzati | 82 (21,4) | 4 (1,3) | 1 (0,3) | 1 (0,7) |
| di cui ceppaie | 10 (2,0) | 8 (1,0) | 14 (2,8) | 9 (1,0) |
| Alberi vivi | 807 (70,0) | 459 (24,0) | 403 (36,7) | 212 (6,2) |
Fonte: Bujoczek e colleghi, 2025, tabella 2. Medie di 25 aree di saggio per bosco, piccole superfici campione da 400 metri quadrati; le voci possono non sommarsi al totale per arrotondamento; fra parentesi l'errore standard, che indica quanto è precisa la media.
Gli autori riassumono così: nei boschi gestiti il legno morto è circa 15 volte meno che nella riserva, e fra i tre boschi gestiti le differenze non sono statisticamente significative. Cambia anche di che cosa è fatto. Nei boschi gestiti il legno morto è fatto soprattutto di ceppaie, cioè quello che resta dopo il taglio (fra il 41% e il 58%), e di frammenti di piccolo diametro. Nella riserva le ceppaie pesano il 3% e il 71% è legno a terra. Gli alberi morti in piedi della riserva arrivano a 148 centimetri di diametro a petto d'uomo, quelli dei boschi gestiti non superano i 35.
Anche la media di Pečka nasconde molta variabilità: da un'area di saggio all'altra si va da 25 a 777 metri cubi per ettaro, per effetto della morte dei singoli alberi e degli schianti da vento del 1983 e del 2004.
Quali uccelli mancano nei boschi gestiti
Nella stagione riproduttiva del 2021 i ricercatori hanno contato 41 specie. Nella riserva ce n'erano 40, con 104,3 coppie ogni 10 ettari; nei tre boschi gestiti messi insieme 33 specie, con una media di 56,7 coppie. Otto specie sono state trovate solo nella riserva, fra cui tre picchi (dorsobianco, rosso mezzano e rosso minore), la colombella, il pigliamosche pettirosso e il falco pecchiaiolo. Solo nei boschi gestiti c'era il prispolone.
La differenza più netta riguarda chi nidifica nelle cavità degli alberi, quelle che una cassetta nido prova a imitare. Nella riserva erano il 28% delle coppie, distribuite in 20 specie. Nel popolamento giovane erano il 5%, tutte di una sola specie, la cinciallegra. Fra riserva e boschi gestiti la differenza è significativa per chi nidifica nelle cavità, per chi nidifica sulle chiome e per la comunità nel suo insieme; per chi fa il nido a terra o vicino al suolo non c'è differenza.
Fra i boschi gestiti spicca quello con i tagli a buche, con 27 specie e 87,3 coppie ogni 10 ettari. L'indice di Shannon, che cresce con il numero di specie e con quanto sono equilibrate fra loro, vale 4,29 nella riserva, 3,94 nel bosco con le buche e 2,81 nel popolamento giovane.
E nei boschi italiani quanto legno morto c'è?
Il terzo inventario forestale nazionale, INFC2015, conta nelle foreste italiane 14,7 metri cubi di legno morto per ettaro. Metà del volume, il 50,6%, è fatto di alberi morti in piedi, il 38,9% di legno grosso a terra, il 10,5% di ceppaie. In carbonio fanno 3,3 tonnellate per ettaro, contro le 59,4 contenute in media nella parte fuori terra delle piante legnose vive. È una media nazionale su boschi molto diversi fra loro, e le soglie minime di misura non sono necessariamente le stesse dello studio sloveno: il confronto vale come ordine di grandezza.
Quanto ne servirebbe? Lo studio non lo misura, ma cita un lavoro precedente secondo cui nelle faggete gestite, per mantenere alta la biodiversità, servono probabilmente più di 20 metri cubi di legno morto per ettaro e la presenza continua di alberi habitat, cioè alberi lasciati in piedi apposta per le cavità e i rifugi che offrono, con più di 180 anni. In Slovenia le norme forestali chiedono che il legno morto grosso sia almeno il 3% del volume totale. La media italiana sta sotto quella soglia dei 20 metri cubi, e la riserva di Pečka mostra quanto un bosco lasciato a sé stesso possa accumularne.
Come si misura il legno morto
Il metodo dello studio è replicabile con gli strumenti di un normale rilievo dendrometrico, cioè la misura di diametri, altezze e volumi degli alberi. Su una griglia di 100 per 100 metri si piazzano le aree di saggio da 0,04 ettari. Dentro ognuna si misurano tutti gli alberi vivi e morti con diametro a petto d'uomo di almeno 7 centimetri, le ceppaie dai 10 centimetri in su e i pezzi di legno a terra dai 7 centimetri in su, assegnando a ciascuno una classe di decomposizione su una scala a cinque stadi.
Il volume degli alberi in piedi si ricava dalle tavole di cubatura, tabelle che danno il volume dell'albero a partire dalle sue misure. Per ceppaie, tronchi a terra e monconi si usa la formula di Smalian, che moltiplica la media delle sezioni alle due estremità del pezzo per la sua lunghezza.
Per passare dal volume al carbonio serve un passaggio in più, perché il legno che si decompone perde densità. Un lavoro del 2026 su 301 aree di saggio fra Italia, Repubblica Ceca e Germania moltiplica il volume per una densità corretta secondo lo stadio di decomposizione e poi per 0,485, la frazione di carbonio nel legno secco. Lo stesso lavoro trova che dove ci sono più tipi di legno morto ci sono anche più specie di uccelli, di coleotteri e di funghi che vivono nel legno, e più carbonio stoccato.
Cosa ne pensiamo, e come contiamo noi
Per noi il dato più utile dello studio riguarda la composizione del legno morto. I boschi gestiti non sono senza legno morto: ne hanno una ventina di metri cubi, ma fatto soprattutto di ceppaie e pezzi piccoli. Quello che manca sono i grandi alberi morti in piedi e i tronchi grossi a terra, cioè proprio quello che distingue la riserva. Gli autori suggeriscono di leggere i tre boschi gestiti come un unico mosaico che si sposta nel paesaggio, di tenere alberi grandi e legno morto e, in alcuni casi, di creare legno morto e monconi in modo attivo per arrivare prima agli obiettivi.
Nei boschi di Silva facciamo un censimento totale degli alberi vivi, ognuno con il suo identificativo fisico Arbotag. La biomassa di ogni albero si calcola dal diametro a petto d'uomo e dall'altezza con le equazioni allometriche dell'inventario forestale italiano INFC, e il carbonio con fattori di conversione diversi per fusto, corteccia e fogliame invece del generico 0,5, come abbiamo raccontato in Il carbonio di un albero non è la metà del suo peso. Il legno morto è un comparto diverso, con una densità che cambia con la decomposizione: se entra in un bilancio va misurato con un protocollo suo e dichiarato come voce separata.
Cosa lo studio non dice
Il bosco vetusto di riferimento è uno solo, e i boschi gestiti sono tre, senza repliche: lo studio mostra associazioni, non rapporti di causa. Pečka poi si distingue anche per altro: ha 24 alberi per ettaro con diametro sopra i 67 centimetri, che fanno il 38% del suo volume, e una chioma più aperta (copertura del 59% contro l'81% della fustaia matura). Gli autori stessi parlano di alberi grandi e legno morto insieme come probabili fattori chiave per la diversità degli uccelli, senza separare i due effetti.
I conteggi non includevano le ore notturne, quindi gli uccelli notturni sono rimasti fuori. Gli anni dello studio non sono stati anni di pasciona, cioè di grande produzione di faggiola, e gli autori scrivono che in quelle annate gli uccelli presenti nella riserva fuori dalla stagione riproduttiva potrebbero essere di più. Il popolamento giovane si trova più in basso degli altri, circa 500 metri contro 800-900, ma secondo gli autori la quota ha influito poco sulle conclusioni. Infine il legno morto sotto i 7 centimetri di diametro non è stato misurato.
Fonti
- Bujoczek M., Bujoczek L., Nagel T. A., Effects of continuous cover management on bird communities in a beech dominated forest region of Slovenia, Scientific Reports, 2025
- Lunow J., Burrascano S., Simons N. K. e altri, Structural characteristics mediate forest mitigation potential against climate change and biodiversity loss, Ecological Applications, 2026
- Arma dei Carabinieri e CREA, Le foreste italiane. Sintesi dei risultati del terzo Inventario Forestale Nazionale INFC2015, INFC2015
- Foto di copertina: Szcze hoo, Unsplash