Quando un bosco brucia, il primo conto che si fa è quello degli ettari. Lo fanno i satelliti e i Carabinieri forestali, e finisce nei telegiornali della sera. Il secondo conto, quanta anidride carbonica è salita in cielo con il fumo, è molto più difficile, e i sistemi usati finora danno risultati lontani fra loro.

Un gruppo di ricercatori della Fondazione CMCC (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici) e del CNR ha provato a fare quel conto incendio per incendio, per tutti i boschi italiani bruciati fra il 2018 e il 2023. Il risultato è uscito a maggio 2026 su Scientific Reports, e dice due cose: quanto pesano gli incendi sul bilancio di gas serra del paese, e quanto cambia il numero a seconda di chi lo calcola.

Quanta CO2 producono gli incendi boschivi in Italia

Nei sei anni studiati gli incendi hanno colpito in media 10.926 ettari di bosco all'anno. Le emissioni stimate, che sommano anidride carbonica, metano e protossido di azoto in un unico valore espresso dagli autori in CO2 equivalente, sono in media 1.096 gigagrammi all'anno, cioè circa 1,1 milioni di tonnellate.

La media però racconta poco, perché gli anni non si somigliano. Il 2021 da solo vale il 45% delle emissioni dell'intero periodo: è l'estate dei grandi incendi in Calabria, Sicilia e Sardegna. E anche dentro un anno pochi eventi fanno quasi tutto il danno: gli incendi più grandi di 50 ettari sono il 7% del totale, ma coprono il 63% della superficie bruciata e producono il 67% delle emissioni.

Dove e comeEmissioni (CO2 equivalente)Note
Italia, media annua 2018-20231.096 Gg all'anno10.926 ettari di bosco bruciati all'anno
Anno 20212.892 Gg45% delle emissioni del periodo
Sicilia, totale 2018-20232.296 Gg34% nel 2021, 33% nel 2023
Calabria, totale 2018-20232.245 Gg68% nel 2021
Pinete mediterranee, media annua255 Gg all'annoda 50 Gg nel 2019 a 507 Gg nel 2021
Abetine e peccete, per ettaro bruciatocirca 260 tonnellate per ettaroil valore più alto fra i tipi di bosco
Querceti sempreverdi (leccete, sugherete), boschi sclerofilli e mesofili, per ettaro bruciato50-60 tonnellate per ettarofra i valori più bassi

Un gigagrammo (Gg) sono mille tonnellate. Fonte: Aquino e altri, Scientific Reports, 2026.

Sicilia e Calabria insieme fanno il 71% delle emissioni nazionali del periodo. La Toscana è terza, con il 6% e un picco nel 2022. Sul piano ecologico, il 92% delle emissioni viene dai boschi e dalle macchie mediterranee, e le pinete sono il tipo di bosco che pesa di più. Per ettaro, un'abetina in montagna che brucia libera più di quattro volte la CO2 di una lecceta; ma in montagna bruciano pochi ettari, sulle coste del Sud tanti.

Come si pesa un incendio dal satellite

Il calcolo segue una formula delle linee guida dell'IPCC, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul clima: si moltiplica la superficie bruciata per la biomassa presente per ettaro, per la frazione di quella biomassa che il fuoco consuma davvero, per un fattore di emissione che dice quanti grammi di ciascun gas escono da un chilo di materia secca.

La superficie viene dal sistema europeo d'informazione sugli incendi boschivi (EFFIS), che dal 2018 usa le immagini dei satelliti Sentinel-2 e vede gli incendi da 5 ettari in su. È il dato più solido: fra il 2018 e il 2022 i Carabinieri forestali, che misurano a terra, hanno registrato appena il 2,8% di superficie bruciata in più.

La biomassa viene dall'Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio (INFC), incrociato con la carta europea dell'uso del suolo Corine Land Cover. Così gli autori distinguono 19 tipi di vegetazione regione per regione, invece delle grandi categorie per bioma (bosco temperato, tropicale o boreale) usate dai prodotti satellitari globali.

La parte nuova è la terza, la frazione che brucia, che gli autori chiamano efficienza di combustione. Molti calcoli assumono che dentro il perimetro di un incendio bruci tutto, o applicano lo stesso valore medio ovunque. Gli autori citano stime secondo cui un valore fisso introduce un'incertezza fra il 23% e il 46%. Per evitarlo hanno usato 15 aree di saggio dell'inventario forestale, cioè appezzamenti fissi dove gli alberi vengono misurati periodicamente, bruciate fra il 2006 e il 2014 e misurate prima e dopo l'incendio, e le hanno confrontate con un indice satellitare della gravità del danno (dNBR), che misura quanto cambia la vegetazione fra prima e dopo. Ne sono uscite due rette, una per le latifoglie e una per le conifere, che traducono la gravità vista dal satellite in quota di biomassa consumata.

Gravità dell'incendioLatifoglie: frazione di biomassa consumataConifere: frazione di biomassa consumata
Bassa0,22 ± 0,050,44 ± 0,04
Medio-bassa0,33 ± 0,050,57 ± 0,04
Medio-alta0,46 ± 0,060,73 ± 0,05
Alta0,81 ± 0,090,96 ± 0,08

Valori stimati con la loro incertezza, ricavati dai modelli degli autori. Fonte: Aquino e altri, Scientific Reports, 2026.

La tabella spiega perché il «brucia tutto» non regge. In un incendio poco intenso un bosco di latifoglie perde circa un quinto della biomassa, uno di conifere già quasi metà; solo negli incendi più gravi le conifere arrivano vicino alla combustione completa.

Stessi incendi, numeri molto diversi

Per capire se il metodo regge, gli autori hanno confrontato le loro stime con quelle di altri cinque sistemi: tre inventari globali basati sui satelliti (GFED, GFAS e FINN), un modello di combustione statunitense (FOFEM) e l'inventario nazionale italiano dei gas serra, quello che l'Italia invia ogni anno alle Nazioni Unite. Per rendere il confronto equo hanno usato per tutti gli stessi fattori di emissione, tranne che per FOFEM, che ha i suoi.

Tutti vedono il picco del 2021 e l'andamento da un anno all'altro è simile. I valori assoluti invece si allontanano parecchio: considerando tutti i sistemi e tutti gli anni, le emissioni annue di CO2 vanno da 317 a 1.805 gigagrammi. Il nuovo metodo dà valori più alti dei tre inventari globali, che mettono la macchia mediterranea nella categoria savana, rimasta fuori dal confronto, e più bassi dell'inventario nazionale. La differenza con l'inventario italiano, spiegano gli autori, dipende soprattutto dalla superficie bruciata considerata, e in parte dal fatto che l'inventario applica classi di combustione uniformi invece di seguire la gravità del danno punto per punto. Per la sola CO2 il nuovo metodo è quasi allineato con il modello FOFEM, con una differenza media dell'1,19%.

Nell'inventario nazionale, poi, la CO2 degli incendi non compare come voce a sé: entra in modo indiretto, attraverso la variazione netta del carbonio immagazzinato nei boschi. Metano e protossido di azoto sono invece riportati come emissioni da incendio.

Cosa cambia per chi rendiconta il carbonio dei boschi

Il primo destinatario dello studio è chi compila gli inventari nazionali: gli autori propongono il loro metodo come un livello 3 dell'IPCC, quello più dettagliato, al posto delle ipotesi standard. Ma la questione riguarda anche chi finanzia progetti forestali e ne dichiara il carbonio nel proprio bilancio di sostenibilità. Un bosco che brucia restituisce all'aria una parte del carbonio che si era contato come immagazzinato, e la parte dipende da tipo di bosco e gravità dell'incendio, come mostra la tabella qui sopra. È lo stesso problema di durata che abbiamo raccontato parlando dei crediti di carbonio forestali.

Lo studio eredita dalle linee guida anche un'ipotesi semplificata. Per legare biomassa e carbonio usa un contenuto di carbonio fisso di 0,5, cioè assume che metà del peso secco del legno sia carbonio. Gli stessi autori la presentano come l'approssimazione abituale; in un altro articolo abbiamo spiegato perché il carbonio di un albero non è la metà del suo peso: le concentrazioni misurate cambiano fra legno, corteccia e foglie.

Nei boschi di Silva partiamo dall'altra estremità del calcolo. Censiamo tutti gli alberi, ognuno con il suo codice Arbotag, invece di stimare a campione, e calcoliamo la biomassa con le equazioni allometriche dell'INFC specifiche per specie, lo stesso inventario da cui questo studio prende i dati di partenza; poi convertiamo il carbonio in CO2 con il rapporto stechiometrico 3,67. Dopo un incendio, un censimento albero per albero permette di contare le piante perse invece di stimarle.

Cosa lo studio non dice

Gli autori sono espliciti sui limiti. Le aree di saggio misurate prima e dopo un incendio sono solo 15, dieci di latifoglie e cinque di conifere, e la maggior parte ha subito incendi di gravità medio-alta: per questo il modello distingue solo due grandi tipi di bosco, e per le conifere la frazione consumata potrebbe essere sovrastimata. In Italia non esiste un inventario sistematico dei danni da incendio, e le aree permanenti che sopravvivono a un incendio sono rare.

Restano fuori il sottobosco e lo strato erbaceo, che in un incendio bruciano quasi del tutto: per questo, scrivono gli autori, le emissioni sono probabilmente sottostimate. Il carbonio del suolo è escluso, perché brucia poco nella maggior parte degli incendi. Gli incendi sotto i 5 ettari sfuggono a EFFIS. E non tutti i termini della formula hanno un'incertezza dichiarata: EFFIS non riporta l'errore sulla superficie, e l'inventario forestale non fornisce un'incertezza formale sugli stock di biomassa.

Lo studio non misura nemmeno quanto carbonio i boschi recuperino ricrescendo dopo l'incendio, che è l'altra metà della storia. Per gli anni studiati però abbiamo un ordine di grandezza, i luoghi dove si concentra e un metodo replicabile, con dati e codice pubblicati. I dati sono nell'archivio Zenodo che accompagna l'articolo.

Fonti