Nella notte fra il 2 e il 3 ottobre 2020 la stazione meteo dell'osservatorio Schiaparelli, sul Campo dei Fiori, ha registrato il vento a 113 km/h, poi è rimasta senza corrente. Era la tempesta Alex, e sulle montagne sopra il Lago Maggiore ha abbattuto migliaia di alberi: faggi, castagni, frassini.
Dopo una tempesta così chi gestisce il bosco deve decidere cosa fare dei tronchi a terra: portarli via, lasciarli dove sono o qualcosa nel mezzo. Su questo blog abbiamo già raccontato quanto il legno morto conti per picchi e altri uccelli. Uno studio dell'Università di Milano, uscito ad aprile su iForest, guarda la stessa questione dal punto di vista degli alberi giovani, e la risposta dipende meno da quanto legno c'è che da dove sta.
Dove i tronchi coprono il suolo, il bosco ricresce meno
Thu Uyen Bui e Giorgio Vacchiano hanno lavorato in tre zone delle Prealpi varesine colpite da Alex, Monte Nudo, Sasso del Ferro e Scereda, dentro il sito Natura 2000 "Monti della Valcuvia". In 26 parcelle di 10 metri per 10 hanno censito le piantine alte fra 5 e 330 centimetri e misurato il legno a terra, sia camminando sia con un drone. Le parcelle stanno solo dove il legname non era stato sgomberato: a Monte Nudo era già stato ripulito l'80% dell'area danneggiata, a Sasso del Ferro circa il 20%, a Scereda quasi niente perché una frana impediva l'accesso.
Il risultato principale riguarda una misura semplice: quanta parte del suolo è coperta dai tronchi. Più ne è coperta, meno terreno occupano le piantine, e più sono basse. La correlazione va da -1 a 1: più è vicina a -1, più le due misure vanno regolarmente in direzioni opposte. A Monte Nudo vale -0,56 fra suolo coperto dal legno e superficie occupata dalle piantine e -0,71 con la loro altezza: un legame netto. A Sasso del Ferro l'effetto c'è, ma più debole (-0,41). Il legame regge anche mettendo insieme i tre siti in un unico modello statistico (correlazione -0,51).
La quantità di legno, misurata come volume per ettaro, pesa meno: nei modelli fatti solo per il faggio e solo per la betulla il suo effetto non risulta significativo, mentre quello della superficie coperta sì. Gli autori la leggono come una questione di spazio: un tronco disteso toglie terreno dove i semi possono attecchire, a prescindere da quanto legno contiene.
Chi stava ricrescendo, sito per sito, quattro o cinque anni dopo la tempesta, secondo i rilievi a terra:
| Sito | Specie | Superficie coperta (m²) | Altezza media (cm) |
|---|---|---|---|
| Monte Nudo | Betulla | 62 | 75,8 ± 126 |
| Monte Nudo | Nocciolo | 20 | 350 ± 84,2 |
| Monte Nudo | Faggio | 3 | 30 ± 22,3 |
| Monte Nudo | Abete rosso | 3 | 6,5 ± 2,12 |
| Monte Nudo | Larice | 1,5 | 11 ± 5,66 |
| Sasso del Ferro | Faggio | 260 | 87,71 ± 53 |
| Sasso del Ferro | Nocciolo | 215 | 390 ± 36,1 |
| Sasso del Ferro | Betulla | 120 | 153,75 ± 69,9 |
| Scereda | Ailanto | 10 | 300 ± 62,1 |
| Scereda | Castagno | 1 | 50 ± 13,5 |
Dati della tabella 1 di Bui e Vacchiano (2026). Il valore dopo il ± è la variabilità fra le piante indicata dagli autori.
A Scereda ricresce quasi solo l'ailanto
La tabella racconta tre boschi diversi. A Monte Nudo, dove il vento aveva colpito soprattutto le conifere, ricrescono betulle (il 69% della superficie occupata dalle piantine) e noccioli; faggio e abete rosso ci sono, ma sono piantine di pochi centimetri. A Sasso del Ferro il faggio occupa già il 44% della superficie, ma è alto in media 88 centimetri contro i quasi quattro metri del nocciolo, e dalle immagini del drone compare anche la robinia, specie invasiva. A Scereda l'ailanto, un albero invasivo a crescita rapida, copre il 91% della superficie rilevata a terra e tutta quella vista dal drone, con un'altezza media di tre metri.
Il legno, quindi, è uno dei fattori in gioco. Contano le specie che arrivano per prime e conta la pressione degli ungulati, gli erbivori selvatici che brucano le piantine: nel modello degli autori incide su quali specie riescono a crescere. A Scereda c'è anche un segnale in senso opposto: dove il legno è più decomposto le piantine sono più alte (correlazione 0,71).
Come si misura il legno a terra con un drone
A terra il volume del legno morto si ricava misurando diametro e lunghezza di ogni tronco disteso, con un distanziometro laser, e trasformando le misure in metri cubi per ettaro. Nelle parcelle di latifoglie i valori stanno intorno a 6-7 metri cubi per ettaro; fra le conifere di Monte Nudo la mediana è vicina a 8, con alcune parcelle oltre 20.
Prima di ogni volo i ricercatori hanno appoggiato a terra un righello di due metri, che nelle immagini del drone, con una risoluzione di 2 centimetri, serve da scala: diametri, lunghezze e quota di suolo coperto si misurano direttamente sulla foto. Il confronto parcella per parcella fra stima a terra e stima da drone dà un R² di 0,89, cioè le due misure vanno quasi sempre d'accordo. Per mappare le aperture nel bosco su tutta l'area gli autori hanno usato invece le immagini del satellite Sentinel-2, con pixel da 10 metri, e un modello di apprendimento automatico chiamato random forest.
Lo stesso modello è servito per capire dove il bosco rimasto in piedi è più esposto alla prossima tempesta. Il fattore più importante è la velocità del vento, seguita dall'altezza delle chiome e dalla densità del suolo, che influisce su quanto tengono le radici. Un risultato va contro quanto riportano altri studi: qui le aperture erano più frequenti dove le chiome erano più basse, mentre di solito risultano più vulnerabili i popolamenti alti. Gli autori invitano alla prudenza, perché senza dati albero per albero raccolti prima della tempesta, a partire dal rapporto fra diametro e altezza che dice quanto un albero è slanciato, non possono stabilire quale spiegazione sia quella giusta.
Dopo una tempesta, il legno va diradato
Le indicazioni degli autori sono pratiche. Dove i tronchi formano un tappeto continuo conviene toglierli o spostarli, per liberare terreno; altrove conviene lasciarli, insieme agli alberi morti in piedi, perché fanno ombra e trattengono umidità per le piantine; dove arrivano specie invasive, il controllo dell'invasiva va abbinato alla gestione del legno. Uno sgombero totale, ricordano citando altri lavori, danneggerebbe i funghi del suolo.
Ci sembra la conclusione più sensata, e vale anche fuori dal Varesotto. Fra il 1950 e il 2019 il vento ha causato il 46% dei danni da disturbi naturali nei boschi europei, secondo la banca dati di Patacca e colleghi, e dopo ogni tempesta la discussione tende a dividersi fra chi vuole ripulire tutto e chi vuole lasciare fare alla natura. Questo studio suggerisce di guardare a dove sta il legno, perché la quantità da sola spiega poco. E ricorda che anche la ricrescita spontanea va seguita: a Scereda, dove il legname è rimasto quasi tutto a terra, il bosco che torna è quasi tutto ailanto. Ne avevamo parlato anche confrontando ricrescita naturale e piantagione.
Nella riserva Silva di Tollo, in Abruzzo, ogni albero ha un codice Arbotag univoco e facciamo un censimento totale, pianta per pianta, registrando diametro a 1,30 metri, altezza e specie. È proprio il tipo di dato che in questo studio mancava: con un censimento totale, dopo una tempesta si sa quali alberi sono caduti e com'erano fatti prima, compreso quanto erano slanciati.
Cosa lo studio non dice
È uno studio osservativo, su 26 parcelle in tre siti, a quattro o cinque anni dalla tempesta. Gli autori non hanno distinto le piantine che c'erano già prima di Alex da quelle nate dopo, quindi parte dell'effetto attribuito al legno potrebbe dipendere da com'era il bosco: dove gli alberi erano più fitti cadono più tronchi, e sotto c'era già meno rinnovazione.
Le immagini Sentinel-2 non vedono le aperture piccole e la delimitazione manuale delle aperture usate per addestrare il modello è in parte soggettiva: la mappa del rischio va letta come un'indicazione di tendenza, non come un confine preciso. Infine resta aperto se l'effetto negativo del legno durerà o se, decomponendosi, il legno diventerà un aiuto. Per saperlo, scrivono gli autori, servono anni di monitoraggio ed esperimenti di gestione veri e propri, con aree sgomberate e aree lasciate a confronto.
Fonti
- Bui T.U., Vacchiano G., Assessing forest resilience after windthrow: linking deadwood, regeneration, and landscape-scale susceptibility. A case study in a Pre-Alpine forest in Italy, iForest 19: 102-113, 2026
- Patacca M. e altri, Significant increase in natural disturbance impacts on European forests since 1950, Global Change Biology 29: 1359-1376, 2023
- Piantando, Silva: la metodologia, 2026
- Foto di copertina: Reza Madani, Unsplash