Sotto il lavello di molte cucine c'è un secchiello con un sacchetto dentro, che di solito si strappa nel momento sbagliato. Lo cambiamo senza pensarci, eppure quel sacchetto pesa su quello che succede all'umido dopo che è uscito di casa: quanto se ne recupera, quanta plastica arriva all'impianto, quanto metano si perde per strada.

In Italia la legge lascia due possibilità: l'umido si raccoglie in contenitori riutilizzabili da svuotare oppure in sacchetti compostabili certificati secondo la norma UNI EN 13432. In Norvegia, dove la raccolta separata dell'umido è obbligatoria dal gennaio 2023, il NORSUS, un istituto di ricerca, ha fatto il conto completo per capire quale sacchetto conviene al clima.

Quattro modi di raccogliere l'umido, messi a confronto

Lo studio di Kari-Anne Lyng e Fabiana Frota de Albuquerque Landi, dell'istituto norvegese per la ricerca sulla sostenibilità, è uscito ad aprile 2026 su Waste Management & Research. È una valutazione del ciclo di vita (LCA, life cycle assessment): somma le emissioni di tutta la filiera, dalla produzione di sacchetti e bidoni ai camion della raccolta fino al trattamento, e sottrae quelle evitate quando il biogas prende il posto del gasolio e il compost quello della torba. L'unità di riferimento sono 78 chili, l'umido prodotto in media da una persona in un anno in Norvegia.

I sistemi confrontati sono quattro: sacchetti di carta, sacchetti di bioplastica compostabile e sacchetti di plastica comune, tutti in un bidone dedicato all'umido, e infine sacchetti di plastica colorati buttati in un cassonetto unico insieme agli altri rifiuti, che un impianto separa poi con lettori ottici. Il sacchetto compostabile del modello è fatto per il 70% di PBAT, un poliestere biodegradabile, per il 20% di amido e per il 10% di additivi: un materiale ricavato in parte da fonti fossili. Ogni sistema è stato provato con due destinazioni: il compostaggio e la digestione anaerobica, in cui i batteri, senza ossigeno, trasformano l'umido in biogas e in un residuo usato come fertilizzante, il digestato.

Carta, bioplastica o plastica: la classifica sul clima

Sistema di raccoltaCon il compostaggioCon la digestione anaerobicaPlastica del sacchetto che può arrivare al suolo
Carta, bidone dedicato1° posto1° posto, la carta si scioglie ed entra nel digestorenessuna
Bioplastica compostabile, bidone dedicato2° postodi poco meglio della plastica comune: il sacchetto viene tolto e bruciatomeno che con la plastica comune, ma non zero
Plastica comune, bidone dedicato3° postoil sacchetto viene tolto e bruciatoil rischio più alto
Sacchetti colorati nel cassonetto unicoultimo postoultimo posto, con le ipotesi di baseil rischio più alto
I numeri dello studioValore
Bilancio sul clima con la digestione anaerobica, dal sistema migliore al peggioreda -9,7 a -7,5 kg di CO2 equivalente per persona all'anno
Bilancio sul clima con il compostaggioda -6,3 a +2,5 kg di CO2 equivalente per persona all'anno
Umido separato in casa con un bidone dedicato73% in media (minimo 47%, massimo 85%)
Umido separato con i sacchetti colorati nel cassonetto unico41% in media (minimo 37%, massimo 53%)
Peso perso per evaporazione durante la raccolta (da prove italiane)12,9% nella carta, 10,2% nella bioplastica

Un valore negativo vuol dire che le emissioni evitate superano quelle prodotte. Le quote di umido separato vengono dalle analisi merceologiche di comuni norvegesi che coprono il 45% della popolazione.

Perché il sacchetto di carta vince sul clima

Con la digestione anaerobica, prima del digestore l'umido passa da un pretrattamento che apre i sacchetti e toglie quello che non deve entrare; lo studio assume che venga scartato il 20% del materiale in ingresso. I sacchetti di plastica, compostabili compresi, finiscono lì e poi in un inceneritore, e siccome sono fatti in parte di materiale fossile bruciarli produce gas serra. La carta invece si scioglie e segue l'umido nel digestore. In più, produrre un sacchetto di carta pesa meno che produrre gli altri. Se la carta permettesse di scartare il 10% invece del 20%, il bilancio del sistema migliore scenderebbe da -9,7 a -12,0 kg di CO2 equivalente per persona all'anno.

Con il compostaggio i sacchetti di carta e quelli compostabili non hanno bisogno di pretrattamento, perché si decompongono insieme all'umido. Quelli di plastica comune vanno aperti, tolti e bruciati. Qui le distanze fra i sistemi sono più ampie: 8,7 kg di CO2 equivalente fra il migliore e il peggiore, contro i 2,3 della digestione anaerobica.

Il bidone conta quanto il sacchetto. Dove le famiglie hanno un contenitore solo per l'umido ne separano in media il 73%, con i sacchetti colorati nel cassonetto comune il 41%. Lo studio chiama questo divario "effetto del contenitore separato". Fra un tipo di sacchetto e l'altro, invece, la quota separata non cambia, e nell'analisi di sensibilità la quota di umido separata in casa è il fattore che sposta di più i risultati.

La carta non vince dappertutto. Con il compostaggio, sulle polveri sottili, sull'eutrofizzazione dei suoli (un eccesso di nutrienti che altera gli ecosistemi) e sull'ecotossicità delle acque dolci (i danni agli organismi che ci vivono) i sistemi con carta e bioplastica hanno risultati simili o peggiori degli altri: producono più compost e mandano meno plastica all'inceneritore, quindi c'è meno calore recuperato e, nel modello norvegese, più gas naturale usato per il teleriscaldamento. Con la digestione anaerobica, per lo stesso motivo, la carta ha il risultato peggiore sulle polveri sottili. Fra carta e bioplastica la carta risulta un po' migliore in tutte le categorie, con differenze sotto il 5% proprio su polveri sottili, eutrofizzazione dei suoli ed ecotossicità delle acque dolci.

Il sacchetto compostabile si degrada davvero?

Nel compostaggio industriale sì, è progettato per quello. Nella digestione anaerobica no, o non del tutto: gli studi citati nella ricerca trovano una disgregazione dell'85,79% per sacchetti a base di amido e, nelle prove di laboratorio sul potenziale di metano, una degradabilità fra il 71% e il 93%, molto più bassa però in condizioni simili a quelle di un impianto vero. I pezzi che sfuggono al pretrattamento e non si degradano finiscono nel digestato, e da lì nei campi.

Cosa succede nel suolo lo racconta un'altra ricerca norvegese, pubblicata su Chemosphere nel 2025, su teli da pacciamatura biodegradabili di PBAT e amido o PBAT e acido polilattico, interrati in diversi campi agricoli per due anni. Dopo due mesi si frammentavano già, e per tutta la prova si sono formate microplastiche biodegradabili. Dopo due anni restava fra il 52% e il 93% della massa iniziale. La degradazione era più rapida nei suoli più ricchi di sostanza organica e con temperature più alte. Sono teli e non sacchetti, ma il materiale è della stessa famiglia.

La conclusione dello studio è prudente: la bioplastica riduce il rischio di inquinamento da plastica rispetto alla plastica comune, ma l'unico sacchetto che lo elimina è quello di carta.

E in Italia, con il caldo?

Qui è la ricerca norvegese a mettere un freno. In un lavoro svedese del 2018, firmato da Påledal e colleghi e citato da Lyng e Frota de Albuquerque Landi, l'umido tenuto a 22 °C per 7 giorni ha dato il 10% di biogas in più se raccolto in sacchetti di plastica invece che di carta; dopo 21 giorni, il 60% in più. Nella carta l'umido si degrada di più prima di arrivare all'impianto, e quello che si perde può diventare metano liberato per strada. Se questo succede, avverte lo studio, la carta può diventare il sistema peggiore, e il suo vantaggio può non valere dove l'umido resta in casa più a lungo o fa più caldo. Per i sacchetti compostabili, nella letteratura consultata, non ci sono studi sulle perdite di metano.

Le misure sull'evaporazione usate nell'analisi di sensibilità, invece, vengono da prove italiane, e lo studio nota che proprio per la differenza di clima potrebbero non valere per la Norvegia. Per chi vive in Italia la lettura che ne diamo è questa: la carta ha senso se l'umido esce di casa spesso, soprattutto d'estate, e il sacchetto compostabile va scelto con la certificazione UNI EN 13432 richiesta dalla legge. Resta il fatto che, secondo lo studio, la quota di umido separata in casa sposta i risultati più del materiale del sacchetto.

Rifiuti senza umido: il conto di Plastic Pull

Tutto il confronto gira intorno a dove finisce il carbonio dell'umido: nel compost, nel biogas o, se le cose vanno male, nell'aria come metano, come avevamo raccontato a proposito delle discariche di Madrid. Con Plastic Pull raccogliamo rifiuti abbandonati che sono tutti secchi: per metà plastica non riciclabile, per un quarto vetro, poi metalli (10%) e inerti (15%). Proprio perché la frazione organica non c'è, il fattore di emissione che usiamo per la loro gestione, 0,0875 kg di CO2 equivalente per chilo calcolato sui fattori di ISPRA e UNEP, non contiene la quota di metano che verrebbe dalla decomposizione dell'umido.

Cosa lo studio non dice

I dati sono norvegesi e lo studio avverte che i risultati potrebbero non valere altrove. I consumi dei camion vengono da un'azienda che raccoglie in una zona rurale della Norvegia occidentale: 15,2 litri di gasolio per tonnellata di rifiuti, sopra l'intervallo da 1,4 a 10,1 litri trovato in letteratura. Se per tenere un bidone separato servisse una raccolta settimanale dell'umido, i trasporti raddoppierebbero e la carta finirebbe alla pari con i sacchetti colorati.

L'effetto del contenitore separato è una correlazione, non una causa: lo studio propone due spiegazioni possibili: nelle città i cassonetti comuni sono più diffusi per mancanza di spazio e si tende a separare di meno, oppure è il tipo di contenitore a cambiare il modo in cui si separa. Il vantaggio del compostaggio viene in buona parte dall'ipotesi che il compost sostituisca la torba. L'inquinamento da plastica, infine, è valutato solo a parole: i metodi per misurarlo in una LCA sono ancora in costruzione.

Fonti