Un prato da foraggio olandese, o un campo arato, viene lavorato più volte l'anno e concimato con regolarità; un prato intensivo si falcia anche sei o sette volte. Poi un giorno arrivano le ruspe, piantano file di pannelli solari, e da lì in avanti l'erba si taglia meno spesso, oppure la brucano le pecore, e nessuno sparge più concimi né diserbanti. Sulla carta gli insetti ci guadagnano, e un gruppo di ricercatori dell'Università di Wageningen è andato a controllare se succede davvero.

Lo studio è uscito a settembre 2025 sul Journal of Applied Ecology. Riguarda 15 impianti fotovoltaici dei Paesi Bassi, costruiti fra il 2018 e il 2021 su ex prati, seminativi e due terreni incolti, grandi da 1 a 33 ettari. Ognuno è stato confrontato con due tipi di prato vicini, a una distanza fra 2 e 10 chilometri. Il primo, il prato agricolo intensivo, è il termine di paragone scelto dagli autori per lo stato di prima dei pannelli. Il secondo è il riferimento "buono": prati seminaturali gestiti per la natura. Api selvatiche, bombi compresi, e sirfidi, le mosche che sembrano vespe e impollinano i fiori, negli impianti stanno bene quanto nel prato seminaturale (le api da miele non sono state contate); farfalle e insetti del suolo invece non ne traggono vantaggio.

Api, farfalle e insetti del suolo negli impianti fotovoltaici

La tabella riassume i confronti. "Di più" e "di meno" indicano differenze statisticamente significative; "nessuna differenza" vuol dire che lo scarto misurato non è statisticamente significativo.

Cosa si è misuratoImpianto fotovoltaico rispetto al prato agricolo intensivoImpianto fotovoltaico rispetto al prato seminaturale
Fiori (superficie fiorita e numero di specie)di piùnessuna differenza
Specie di piantedi piùnessuna differenza
Api selvatiche (individui e specie)di piùnessuna differenza
Sirfidi (individui e specie)di piùnessuna differenza
Farfalle (individui e specie)nessuna differenzadi meno
Insetti e altri artropodi che emergono dal suolo (individui)di menodi meno
Artropodi del suolo (biomassa)nessuna differenzadi meno
Artropodi del suolo (numero di specie)nessuna differenzanessuna differenza

Fonte: Kocsis e colleghi, 2025. Rilievi del 2022 su 15 impianti fotovoltaici olandesi e sui prati di controllo vicini. I prati intensivi erano concimati e falciati 6-7 volte l'anno, o pascolati con 3,0-3,4 UBA per ettaro; quelli seminaturali falciati 3-4 volte l'anno, o pascolati con 1-1,5 UBA per ettaro. UBA è l'unità di bestiame adulto, la misura con cui si confrontano i carichi di animali al pascolo. Le misure negli impianti sono state fatte solo fra le file di pannelli e lungo i margini, non sotto i pannelli.

In tutto i ricercatori hanno registrato 38 specie di api selvatiche, 57 di sirfidi e 23 di farfalle. I prati intensivi non avevano nessuna specie di api o sirfidi che non si trovasse anche negli altri due ambienti. Per le farfalle il totale delle specie è lo stesso, 19 negli impianti fotovoltaici e 19 nei prati seminaturali, contro 12 nei prati intensivi. Negli impianti però ogni transetto ne contava in media meno, ed è questo che la tabella confronta. Secondo gli autori vuol dire che le farfalle hanno colonizzato gli impianti in modo ancora incompleto e a macchia, diverso da un punto all'altro.

Come si misura la biodiversità fra i pannelli

Per api e sirfidi i ricercatori hanno tracciato due transetti per ambiente, cioè strisce lunghe 150 metri e larghe uno: negli impianti una fra le file di pannelli e una nel margine fra i pannelli e la recinzione. Ogni striscia era divisa in tre tratti da 50 metri, percorsi per cinque minuti ciascuno a giugno, luglio e agosto, fra le 9 e le 16 e con più di 18 gradi. I bombi si riconoscevano sul posto; api solitarie e sirfidi si catturavano e si identificavano poi in laboratorio. Lungo le stesse strisce si contavano i fiori aperti, specie per specie.

Le farfalle hanno un metodo tutto loro, il transetto di Pollard: si cammina lungo un percorso fisso, qui di 300 metri, e si annota ogni farfalla. Per gli invertebrati del suolo, infine, si usano trappole di emergenza, tende alte un metro e mezzo che coprono un metro quadrato di terreno e raccolgono quello che ne esce. Il contenuto si pesa e si conta, poi si identifica con il DNA: in tutto sono venute fuori 1.201 specie, soprattutto ditteri (mosche e zanzare), emitteri (cimici e cicaline) e imenotteri (formiche, vespe, api).

Questo metodo ha un limite che gli autori dichiarano: i transetti per api e sirfidi sono stati messi dove c'erano più fiori. È una scelta sensata se vuoi vedere gli impollinatori, ma significa misurare la parte migliore dell'impianto, non la media. Di come si contano le api selvatiche, e di quanto il metodo cambi il risultato, avevamo scritto qui.

Più fiori, ma non più farfalle

Negli impianti fotovoltaici i fiori da nettare erano più numerosi che nei prati intensivi, eppure le farfalle non erano di più. Gli autori propongono alcune spiegazioni, senza poterle verificare con questi dati. Molte delle specie scarse negli impianti preferiscono vegetazioni povere di nutrienti, che un terreno concimato per anni non offre subito: al momento dei rilievi gli impianti avevano meno di quattro anni. Le farfalle poi si spostano molto più delle api e vanno a cercare cibo anche nei campi intorno, dove possono incontrare i prodotti chimici dell'agricoltura. E le file di pannelli potrebbero fare da barriera.

Per gli invertebrati del suolo il quadro è simile. Il numero di specie è lo stesso nei tre ambienti, ma negli impianti ci sono meno individui, e la biomassa è più bassa che nei prati seminaturali e di poco più bassa che in quelli intensivi, al limite della significatività statistica. Fra le cause possibili gli autori indicano l'ombra dei pannelli, che cambia l'acqua disponibile e l'evaporazione, e il suolo compattato durante i lavori. Diciassette specie si trovavano con regolarità solo negli impianti, e undici sono legate ai prati umidi: secondo gli autori gli impianti olandesi creano condizioni simili a quelle di un prato umido.

Sotto i pannelli il prato cambia

Lo studio olandese ha lasciato fuori di proposito la parte coperta dai pannelli. Secondo i dati citati dagli autori, negli impianti olandesi del 2021 i pannelli occupavano in media il 73% della superficie interna, margini esclusi. Gli autori quindi avvertono: anche se fra le file gli insetti sono tanti quanto in un prato seminaturale, le popolazioni complessive non sono confrontabili.

Su cosa succede proprio sotto i pannelli c'è un secondo studio, pubblicato ad agosto 2026 su Environmental Research Communications da un gruppo francese, tedesco e britannico. Ha messo insieme 2.429 rilievi della vegetazione in 161 impianti fotovoltaici di Francia, Germania e Regno Unito, raccolti fra il 2016 e il 2025. Sotto i pannelli la copertura vegetale e il numero di specie di piante sono risultati più bassi che fra le file e nelle zone mai ombreggiate dai pannelli, e le piante presenti sono più spesso quelle che tollerano l'ombra. Il tipo di gestione, sfalcio o pascolo, non ha cambiato copertura e numero di specie, ma ha cambiato quali specie crescono sotto i pannelli. Conta anche cosa c'era prima: le specie erano meno negli impianti costruiti su ex boschi e piantagioni di alberi, di più su ex aree industriali come cave e discariche.

Per l'Italia c'è una nota da tenere presente. Gli stessi autori ricordano studi secondo cui, nelle zone semiaride o con lunghe siccità, come d'estate nel Mediterraneo, l'ombra dei pannelli può aiutare le piante perché riduce l'evaporazione. Gli autori notano anche che i loro risultati vanno nella stessa direzione degli studi fatti in climi simili e in quella opposta di quelli fatti in climi secchi: per il Sud Italia servono dati raccolti lì.

Cosa cambia per chi costruisce o compra energia solare

Se un'azienda scrive nel report di sostenibilità che il suo impianto fotovoltaico fa bene alla biodiversità, questi due studi dicono che può essere vero, ma per alcuni gruppi di specie, nelle strisce non coperte, e rispetto a cosa c'era prima. Senza un confronto con il terreno com'era e con un prato di riferimento, il dato non si regge. Gli autori olandesi indicano come leve la larghezza fra le file, il modo in cui si prepara il terreno durante il cantiere e la gestione dell'erba. Notiamo anche che lo studio è stato finanziato in parte dai costruttori degli impianti, che hanno dato l'accesso agli impianti; gli autori non dichiarano conflitti di interesse e i dati sono pubblici su Zenodo.

A noi di Piantando colpisce soprattutto la scelta dei transetti nei punti più fioriti, perché è la stessa questione che affrontiamo con gli alberi. Nei boschi di Silva non misuriamo un campione scelto: facciamo un censimento totale, con ogni albero misurato e riconoscibile da un identificativo fisico, l'Arbotag, così il dato non dipende da dove si è deciso di guardare. Con gli insetti un censimento totale non si può fare, e allora conta dichiarare dove si è campionato e perché, come hanno fatto gli autori. Vale per ogni monitoraggio della biodiversità in un sito aziendale, impianto fotovoltaico compreso.

Cosa lo studio non dice

Alcuni limiti li indicano gli autori. Gli impianti erano giovani, convertiti da meno di quattro anni, e per capirne il valore nel tempo chiedono di seguirli per più anni. Età dell'impianto e tipo di gestione non sono stati analizzati come fattori. Ad agosto, per mancanza di tempo, nei prati di controllo è stato percorso un solo transetto per api e sirfidi invece di due. La zona sotto i pannelli, la più estesa, è stata lasciata fuori. E le comunità di insetti variano molto da un impianto all'altro, probabilmente per disposizione dei pannelli, distanza fra le file, ampiezza dei margini, suolo e gestione.

Aggiungiamo noi che i rilievi coprono una sola stagione, il 2022, e che con 15 impianti così diversi fra loro non si può ancora dire quale di quelle caratteristiche pesi di più.

Anche lo studio sui 161 impianti ha dei limiti. L'età degli impianti era nota solo per il 35% dei siti, in media 6,2 anni con una deviazione standard di 3,4, e per questo non è entrata nell'analisi. I rilievi poi non erano uguali dappertutto: da 1 a 8 metri quadrati a seconda del paese, una differenza di cui gli autori hanno tenuto conto nel modello statistico. Per una vegetazione di prato, ricordano gli autori, possono servire decenni prima di arrivare a un equilibrio.

Fonti