Quando si parla di boschi vecchi girano due frasi che si contraddicono. La prima dice che un bosco maturo ha smesso di crescere, quindi non toglie più carbonio all'aria e tanto varrebbe tagliarlo e ripiantarlo. La seconda dice che le foreste vetuste sono i migliori pozzi di carbonio che abbiamo e vanno lasciate in pace per il clima.
Una revisione di 60 studi pubblicata ad agosto 2026 su South-east European Forestry da quattro ricercatori mostra che nessuna delle due regge così com'è. E aggiunge un dettaglio che ci riguarda da vicino: la risposta dipende parecchio dallo strumento con cui si misura.
Sessanta studi sulle foreste vetuste, tre risposte diverse
Gli autori hanno cercato nelle due grandi banche dati della letteratura scientifica, Web of Science e Scopus, tutti i lavori sul bilancio del carbonio delle foreste vetuste, primarie o comunque mature e non gestite. Su 85 studi vagliati ne hanno tenuti 60: 51 ricerche con dati propri e 9 rassegne. Il più vecchio è del 1967, la maggior parte è uscita dopo il 2000.
Prima di contare, conviene distinguere due cose che spesso si confondono. Lo stock è il carbonio che una foresta contiene in un certo momento, nel legno, nelle radici, nel legno morto e nel suolo. Il pozzo è il flusso netto: quanto carbonio in più la foresta trattiene alla fine di un periodo, tolto quello che rilascia respirando e decomponendo. Una foresta può avere uno stock enorme e un flusso vicino a zero, come un salvadanaio pieno in cui non si mette più niente.
Fra i 60 studi esaminati, 26 descrivono le foreste vetuste come pozzi, 23 come sistemi in equilibrio dinamico, cioè con entrate e uscite che si pareggiano, e 11 come fonti nette di carbonio. Nelle foreste temperate, quelle del nostro clima, prevalgono i pozzi, ma l'equilibrio resta frequente. Nelle foreste boreali prevale l'equilibrio, le fonti sono frequenti e i pozzi rari.
La torre e il metro non danno lo stesso risultato
Gli autori hanno poi guardato come era stato misurato il carbonio, separando i due metodi più usati. Il primo è la covarianza turbolenta, in inglese eddy covariance: una torre più alta delle chiome misura ad alta frequenza il vento verticale e la concentrazione di CO2, e ne ricava quanto carbonio entra e quanto esce dal bosco. Il secondo è l'inventario di campo: si rimisurano gli alberi e il legno morto a distanza di anni e si calcola di quanto è cambiato lo stock.
| Come sono stati classificati i boschi | Torri a covarianza turbolenta | Inventari di campo |
|---|---|---|
| Pozzo di carbonio | 62% | 28% |
| Equilibrio dinamico | 24% | 44% |
| Fonte di carbonio | 14% | 28% |
Quota delle classificazioni per metodo, su 39 osservazioni. Fonte: Király e colleghi, 2026, figura 5.
Con le torri, quasi due casi su tre risultano pozzi. Con gli inventari, poco più di uno su quattro. Secondo il modello statistico degli autori, uno studio fatto con le torri ha quasi il doppio di probabilità relativa (in gergo odds) di finire in una categoria più favorevole (equilibrio invece di fonte, pozzo invece di equilibrio) rispetto a uno fatto sul campo. L'odds ratio stimato è di circa 1,87, con un intervallo di confidenza al 95% che va da 1,01 a 3,46: l'effetto c'è, ma la sua misura è molto incerta, perché le osservazioni sono poche.
La spiegazione proposta riguarda la notte. Di giorno gli alberi fanno fotosintesi e prendono CO2, di notte respirano e basta. Nelle notti calme, con poco vento, una parte della CO2 respirata si muove in orizzontale o ristagna sotto le chiome e la torre non la vede. Se le correzioni per queste notti non sono fatte bene, la respirazione risulta più bassa del vero e il bosco sembra un pozzo migliore di quello che è. La revisione riporta il caso di una foresta amazzonica descritta in uno studio del 2004: i dati della torre senza correzioni indicavano un pozzo di circa 3,9 tonnellate di carbonio per ettaro l'anno; corretti i flussi notturni, il bilancio si è spostato di oltre 4 tonnellate ed è diventato una piccola perdita, 0,4 tonnellate per ettaro l'anno, in linea con gli inventari fatti sullo stesso sito nell'arco di decenni.
Gli inventari hanno un limite diverso: seguono bene i tempi lunghi e vedono poco delle variazioni di breve periodo. In cambio non dipendono dal vento di una notte.
Più anni di misure, più boschi in pareggio
Il secondo fattore studiato è la durata delle osservazioni. Gli studi più lunghi tendono a descrivere i boschi vecchi in equilibrio, quelli di uno-tre anni li classificano più spesso come pozzi o come fonti. Ha senso: un'annata secca, un'estate fresca o una tempesta possono spostare il bilancio di un singolo anno in un verso o nell'altro.
Va detto però che su questo punto il risultato non è statisticamente significativo: la tendenza va sempre nella stessa direzione, ma i dati non bastano a escludere che sia un caso. Gli autori lo scrivono chiaramente, e noi lo riportiamo come una pista, non come una prova.
La loro lettura complessiva è che una foresta vetusta, osservata su un'area abbastanza grande e per abbastanza tempo, oscilli attorno a un equilibrio: perde carbonio quando muoiono molti alberi o arriva un disturbo, ne guadagna quando prevalgono crescita e rinnovazione. Con il clima che cambia, aggiungono, questo equilibrio si sta spostando: dove aumentano siccità, mortalità e disturbi, i bilanci in perdita possono diventare più frequenti.
Lo stock invece continua a salire
Fin qui il flusso. Sullo stock c'è un altro studio recente, pubblicato online a novembre 2025 su Forest Ecosystems, che ha guardato le faggete vetuste di cinque paesi dell'Europa meridionale: 190 aree di saggio e 3.503 serie di anelli di accrescimento, cioè carote di legno da cui si leggono l'età e la crescita di ogni albero. Ne abbiamo potuto leggere solo il riassunto, perché il testo completo non era raggiungibile.
L'età media dei popolamenti è di 220 anni e il carbonio nel legno vivo e morto sopra il suolo è in media di 230 tonnellate per ettaro. Moltiplicando per 3,67, il rapporto fra il peso di una molecola di CO2 e quello del suo atomo di carbonio, sono circa 844 tonnellate di CO2 per ettaro: il calcolo è nostro. Lo stock cresce con l'età, la presenza di alberi con diametro di almeno 60 cm è l'indicatore che lo spiega meglio, e gli autori non hanno trovato nessun calo con l'invecchiamento del bosco.
I due studi non si contraddicono. Una faggeta di due secoli può crescere poco ogni anno e tenere comunque in piedi una quantità di carbonio che un bosco giovane non ha. La frase "un bosco vecchio non serve più al clima" confonde il flusso con lo stock; la frase "le foreste vetuste sono sempre pozzi" ignora più di metà degli studi.
Sulle conseguenze pratiche i due gruppi di autori arrivano a conclusioni diverse. Chi ha studiato le faggete chiede di proteggere le foreste vetuste come riserve di carbonio a lungo termine. Gli autori della revisione, presentandola come interpretazione e non come risultato del loro lavoro, ricordano che fuori dalle aree protette un bosco gestito, contando anche il legno usato al posto di materiali più inquinanti, in alcuni studi ha dato un beneficio climatico maggiore. Per noi le due cose non si escludono: un bosco vetusto conta per il carbonio che custodisce e per la biodiversità che ospita, anche quando il suo bilancio annuale è in pareggio.
Cosa chiedere a un dato sul carbonio forestale
Chi deve rendicontare il carbonio di un progetto forestale si trova davanti, di solito, a una cifra in tonnellate. Da questa revisione ricaviamo tre domande da fare prima di usarla. Si parla di stock o di flusso? Con quale metodo è stato misurato? Su quanti anni? Un solo anno di dati da una torre e dieci anni di rilievi sugli alberi possono raccontare due boschi diversi, anche quando il bosco è lo stesso.
Nel calcolo di Silva abbiamo scelto la strada dell'inventario: censimento totale con un identificativo fisico per ogni albero, diametro e altezza misurati e trasformati in biomassa con le equazioni dell'inventario forestale italiano, carbonio calcolato con concentrazioni diverse per legno, corteccia, foglie e radici invece del generico 0,5, e il fattore 3,67 per passare alla CO2. Il censimento si ripete ogni dieci anni e nel frattempo le stime annuali restano vincolate al valore calcolato con le equazioni allometriche, così non possono gonfiarsi fra un rilievo e l'altro. Gli inventari, scrive la revisione, non dipendono dalle condizioni atmosferiche di una singola notte o stagione.
Cosa questi studi non dicono
La revisione non è una meta-analisi: non somma le tonnellate dei vari studi, conta come gli autori originali hanno classificato i loro boschi. Quelle classificazioni dipendono in parte dal giudizio di chi le ha fatte, soprattutto quando l'incertezza non era riportata o il confine fra un piccolo pozzo e l'equilibrio non era netto. Le osservazioni sono poche, 60 per la durata e 39 per il metodo, e mescolano boschi di tutto il mondo. Gli stessi autori avvertono che i loro risultati descrivono come le foreste vetuste vengono raccontate nella letteratura, non quanto carbonio scambiano davvero.
Lo studio sulle faggete misura lo stock, non i flussi, e considera solo il carbonio sopra il suolo: quello nel terreno resta fuori dal conto.
Fonti
- Király É., Illés G. Z., Raszipovits-Esztó K., Borovics A., Sink, Source, or Equilibrium? Observation Length and Measurement Method Shape Reported Carbon Balance in Old-Growth Forests, South-east European Forestry 17(2): 26020, 2026
- Markuljaková K. e altri, Old-growth mixed beech-dominated forests continue accumulating carbon with advancing age, Forest Ecosystems 15: 100411, 2026 (online novembre 2025)
- Piantando, metodologia Silva, con equazioni di Tabacchi, Di Cosmo e Gasparini, INFC (2011), e concentrazioni di carbonio di Cutini, Chianucci e Manetti (2013)
- Foto di copertina: Rosalie Gdy, Unsplash